Mese: giugno 2015

L’ottimismo: il grande fattore motivante

ottimismo

Chi sono gli ottimisti?

Essere ottimista, come pure essere inclini alla speranza, significa nutrire forti aspettative che, in generale, gli eventi della vita volgeranno al meglio nonostante i fallimenti e le frustrazioni. Dal punto di vista dell’intelligenza emotiva, l’ottimismo è un atteggiamento che impedisce all’individuo di sprofondare nell’apatia o nella depressione e di scivolare nella disperazione di fronte a situazioni difficili. Come nel caso della speranza, che è sua stretta parente, l’ottimismo si rivela fonte di grandi vantaggi (purchè, naturalmente, si tratti di un ottimismo realistico; un ottimismo troppo ingenuo può essere disastroso).

Come funziona il pensiero ottimista?

Alcuni autori definiscono l’ottimismo sulla base del modo in cui gli individui spiegano a se stessi i propri successi e i propri fallimenti. Gli ottimisti attribuiscono il fallimento a dettagli che possono essere modificati in modo da garantirsi buoni risultati nei futuri tentativi, mentre i pessimisti si assumono di persona la colpa dell’insuccesso, attribuendolo ad aspetti o circostanze durevoli che essi non hanno la possibilità di modificare. Queste diverse spiegazioni si ripercuotono profondamente sul modo in cui le persone reagiscono agli eventi della vita. Ad esempio, di fronte a una delusione (come il vedersi rifiutato per un lavoro) gli ottimisti tendono a reagire attivamente e con un atteggiamento pieno di speranza, formulando un piano d’azione e cercando l’aiuto e il consiglio di qualcuno; essi considerano l’insuccesso come qualcosa alla quale si può rimediare. I pessimisti, invece, reagiscono a tali fallimenti dando per scontato il fatto di non poter far nulla affinchè le cose vadano meglio la volta successiva; costoro pertanto  non fanno nulla per risolvere il problema e attribuiscono l’insuccesso a qualche carenza personale che li affliggerà a lungo.

Perché alcune persone ottimiste ed altre pessimiste?

La forma mentis positiva o negativa può benissimo dipendere dal temperamento innato; alcune persone tendono per natura verso l’uno o l’altro atteggiamento. Il temperamento però può essere modificato dall’esperienza. L’ottimismo e la speranza – -proprio come il senso di impotenza e la disperazione – possono essere appresi. Alla base di entrambi c’è una visione che gli psicologi chiamano self-efficacy, ossia la convinzione di avere il controllo sugli eventi della propria vita e di poter accettare le sfide nel momento in cui esse si presentano. Lo sviluppo di una competenza di qualunque tipo rafforza questa sensazione aumentando la disponibilità dell’individuo a correre rischi e a tentare imprese sempre più difficili. A sua volta, il superare queste difficoltà, aumenta il self-efficacy. Questo atteggiamento aumenta le probabilità che gli individui facciano miglior uso delle proprie capacità – o che facciano quanto è necessario per svilupparle.

Rivolgiti al nostro studio per imparare ad aumentare il tuo “self-efficacy” !

Legame genitoriale e comportamento di attaccamento

STILI DI ATTACCAMENTO

Cos’è il comportamento di attaccamento?

Gli studi di Bowlby e dei suoi collaboratori hanno evidenziato come il legame iniziale che ogni bambino instaura con la propria madre dipende da un bisogno innato di entrare in contatto con gli appartenenti alla propria specie; il comportamento di attaccamento è quel comportamento che il bambino manifesta verso un adulto di riferimento, che ritiene in grado di affrontare il mondo in modo adeguato. Questo comportamento diviene evidente ogni volta che il bambino è spaventato, stanco, malato, e si attenua quando riceve conforto e cure.

Quale relazione c’è fra legame di attaccamento e relazioni interpersonali adulte?

Il senso di sé e l’autostima si formano e si costruiscono in funzione di tale relazione primaria. Inoltre il legame che il bambino sperimenta in questa relazione, modellerà i successivi legami, poiché l’individuo, nel momento del contatto con l’altro, porta con sé tutto il bagaglio delle esperienze precedenti.

Se osserviamo dei neonati interagire con adulti (madre o padre) nei primi giorni di vita, vediamo che questi neonati interagiscono con gli altri adulti con modalità notevolmente variabili da un neonato all’altro; possiamo però osservare che anche gli adulti interagiscono con i neonati con modalità assai diverse da un adulto all’altro.

Ciò che colpisce però nel comportamento dei neonati, oltre alla sua notevole variabilità, è anche il fatto che queste differenze fra neonati appaiono spesso così ben definite e consolidate da apparire “naturali”; in altri termini, i comportamenti del neonato sarebbero caratteristiche del suo temperamento. Sembra, in effetti, difficile ammettere che differenze così ben consolidate possano essere state apprese in così pochi giorni, in modo così ben definito. Per esempio, un neonato che durante l’allattamento al seno guarda costantemente il viso della madre; un altro neonato invece evita sistematicamente di guardare il viso dei genitori; alcuni neonati, infine, appena attaccati al seno chiudono gli occhi.

Quando nell’interazione l’adulto tiene il viso stabile e vicino al neonato, aumenta la probabilità che il neonato lo osservi attentamente; questa probabilità aumenta ulteriormente se interviene l’imitazione (dei movimenti della bocca, o della lingua, o dei vocalizzi), o se l’adulto parla in “madrese”. Se imitazione e linguaggio “madrese” non intervengono, l’osservazione del viso nel corso dei giorni diminuisce; il viso, inviando poca informazione, diventa banale. Se il viso è distante e/o instabile, viene evitato dal neonato.

L’essere osservato dal neonato produce intense reazioni emotive nell’adulto. Spesso gli adulti non riescono ad elaborare questi stati emotivi e mettono in atto meccanismo di difesa, che consistono in frequenti variazioni della posizione del viso, linguaggio accelerato, azioni intrusive con le mani sul viso o sulle mani del neonato, modificazioni della postura. Queste variazioni spesso inducono il neonato a distogliere lo sguardo e quindi a ridurre l’intensità della reazione emotiva nell’adulto. La presenza di meccanismi di difesa comporta tipiche distorsioni dell’interpretazione dei segnali del neonato. Per esempio: viso del neonato rivolto verso l’adulto interpretato sistematicamente come richiesta di cibo e non di comunicazione; viso del neonato evitante interpretato non come evitamento di azioni intrusive (tra cui linguaggio accelerato), ma come necessità di ulteriori “azioni” per ottenere l’attenzione del neonato, con esito di confermare l’evitamento del viso; pianto del neonato interpretato come effetto del temperamento o della fame e mai come richiesta di attenzione-comunicazione; il rifiuto del seno o del biberon interpretato non come indice di sazietà, ma di svogliatezza; gli occhi chiusi non sempre come indice di sonnolenza ma anche di noia. L’assenza di consistenti meccanismi di difesa (e quindi l’elaborazione delle emozioni) induce l’adulto a prediligere le posture che permettono la frontalità ravvicinata dei visi rispetto a quelle che la rendono difficile o la impediscono (fronte-spalla, neonato prono sulle gambe o sul braccio).

Un altro  aspetto molto interessante dell’interazione è costituito dall’interazioni delle mani. Quando il neonato tocca la mano dell’adulto, o meglio ne stringe un dito con la mano,  se ne distacca poco dopo se la mano o il dito dell’adulto resta fermo; rimane invece in contatto se si crea uno scambio di segnali caratterizzato da una reciproca presa di turno.

Quando l’adulto organizza una comunicazione “buona”, cioè sintonizzata sui segnali del neonato, è molto più facile per il neonato attribuire, attraverso le risposte dell’adulto,  un significato ai propri comportamenti. Di conseguenza il neonato acquista fiducia nella propria capacità di regolare il comportamento dell’altro, e probabilmente organizza dei suoi comportamenti quando, rifiutando il biberon o il seno per sazietà, guarda il viso dell’adulto.

Quando l’adulto di riferimento non è responsivo, non è disponibile, è incostante, i comportamenti di attaccamento (pianto, richiamo…) del bambino falliscono costantemente, il bambino è costretto a sviluppare strategie difensive che escludano queste dolorose informazioni dalla consapevolezza. L’indisponibilità dell’adulto di riferimento, da cui il bambino dipende per la sua protezione e sopravvivenza, creerà nel bambino una vulnerabilità verso la paura della perdita dell’altro.

I bambini con attaccamento sicuro risolvono i problemi evolutivi in modo adattivo. Al contrario, quelli con attaccamento insicuro mostrano difficoltà nella tarda infanzia, che includono eccessiva dipendenza, competenza sociale limitata e una minor forza dell’Io.

Quando il gioco diventa un’ossessione: la ludopatia

gap

Perché un gioco si possa considerare d’azzardo deve soddisfare le seguenti condizioni:

1) il giocatore deve mette in palio una posta, del denaro o un oggetto di valore;

2) questa posta, una volta scommessa, non può più essere ritirata dal giocatore;

3) il risultato del gioco si deve basare esclusivamente sul caso.

Il termine “caso” comporta necessariamente la nozione che è impossibile controllare il risultato del gioco. L’imprevedibilità governa l’intera situazione ma la probabilità di vincere, per quanto ridotta, è la condizione sine qua non di questi giochi. Spesso il giocatore non si rende conto che la possibilità di vincere è dovuta al caso e che il vero “vincitore” risulta sempre essere chi organizza l’attività di gioco; quest’ultimo, infatti, trattiene per sé dal 2% al 50% della posta giocata. Di questo “vantaggio” se ne resero conto ben presto le Istituzioni Politico-Religiose tanto che nel 1731, al tempo di Clemente XII, la Chiesa trasformò il lotto in gioco di Stato. Il monopolio sul gioco d’azzardo diventa una grossa risorsa finanziaria per arricchire l’Erario e compensare i deficit statali; il gioco diventa un “bussinnes statale”. Il gioco rappresenta allora una risorsa per il popolo: per esso significa la possibilità di sperare in una vita migliore, quando lo Stato non lo garantisce. E’ proprio nei periodi di crisi economica che gli italiani si affidano al gioco.

Il GAP (Gioco d’Azzardo Patologico) è considerato come un disturbo degli impulsi  che appare però, per la condotta del giocatore patologico e per le dinamiche psicologiche che lo guidano, simile e per certi versi sovrapponibile alle patologie da dipendenza. La sintomatologia che lo caratterizza incide su tre aspetti dell’individuo:

  • psicologico: ossessione del gioco, senso di onnipotenza, presunzione, nervosismo, irritabilità, ansia, alterazioni del tono dell’umore, persecutorietà, senso di colpa, alterazioni della autostima, tendenza alla superstizione, aumento dell’impulsività, distorsione della realtà (minimizzare, enfatizzare);
  • fisico: alterazioni dell’alimentazione, cefalea, disturbi del sonno e sintomi fisici dell’ansia (tremori, sudorazione, palpitazioni, ecc.);
  • sociali: danni economici, morali, lavorativi, familiari, isolamento sociale e difficile gestione del denaro (spese impulsive).

Una crescente mole di evidenze empiriche ha inoltre indotto numerosi ricercatori a considerare il GAP come una forma di “dipendenza” (Addiction) che, sebbene non comporti l’assunzione di sostanze psicoattive, implica l’insorgenza di un quadro sindromico equivalente. Lo stato di euforia e di eccitazione del giocatore d’azzardo durante il gioco è paragonabile a quello prodotto dall’assunzione di droghe. Ancora una volta il concetto di piacere e di gratificazione conferma la sua importanza in quanto, come è noto da tempo, i meccanismi di gratificazione (fondamentali per la sopravvivenza della specie: sesso, cibo, aggressività, ..) procurano soddisfazioni forti che incitano ad una reiterazione del comportamento.

La richiesta di “dominare il destino”, di “controllare l’incontrollabile” caratterizza l’ agire del giocatore patologico. Quasi tutte le teorie sul gioco d’azzardo confermano che questo senso d’onnipotenza può essere messo in relazione a qualche forma d’insoddisfazione o debolezza, oppure al senso di sopraffazione della realtà, o ancora alla disgregazione della famiglia, o all’incertezza circa il proprio futuro economico o, infine a minacce di distruzione della società. In sintesi, il gioco, corrisponde ad un bisogno di rincorrere un immediato sollievo. Praticarlo produce un senso di potere che in ogni caso, lascia intravedere un acuto sentimento d’inferiorità sottolineato dall’impazienza, dall’irritabilità e dai sintomi nevrotici quali, per esempio l’ansia o la depressione, che, mediante lo stratagemma della giocata, può essere temporaneamente rimosso. La finzione della “facile vincita” permette al soggetto di percepire, mentre gioca, una sensazione di benessere ma, più tardi, di fronte alle perdite economiche, il sogno ad occhi aperti svanisce lasciando spazio ad una sensazione di fallimento, di incapacità o di essere sfortunato che, ancora una volta, va a rinforzare il suo complesso d’inferiorità. Nella storia di un giocatore, però, mai manca l’arrivo di una vincita ritenuta importante sia in termini economici che emotivi. Tale vissuto acquista una decisa tonalità positiva che successivamente il giocatore cercherà di ri-attualizzare (prima fase della rincorsa). Rinforzato dall’ “esperienza vittoriosa” si insinua nel giocatore un’erronea aspettativa di successo, troppo alta rispetto a quanto il caso gli possa garantire. Ora può inseguire un’altra finzione, quella di essere “vicino” alla vincita. Fantastica successi strabilianti ed inizia a modificare il comportamento di gioco: lo pensa costantemente, attribuisce a ciò che gli capita durante il giorno un significato premonitore di vincita, aumenta il numero di giocate e scommette cifre di denaro sempre più alte; sfida la fortuna certo di non poter perdere. Tuttavia il prezzo da pagare è altissimo perché, alla fine, è destinato a perdere. Svanisce così la sensazione di invincibilità ed un’intensa angoscia prende il suo posto e, dopo l’angoscia, subentrano rabbia ed irrequietezza. Il gioco d’azzardo diventa lentamente ed inevitabilmente una passione-ossessione ma, anche, l’unico modo che il soggetto pensa di avere a sua disposizione per risanare il bilancio delle perdite che si fanno sempre più ingenti. Egli punta e rischia più denaro di quanto non potrebbe permettersi nella speranza di recuperare i debiti contratti (seconda fase della rincorsa). Il soggetto perde di vista quelli che sono i costi individuali e sociali a cui va incontro: difficoltà familiari, minore produttività lavorativa, possibilità di chiedere prestiti ad usurai e, magari, anche guai con la giustizia a fronte di atti criminali.

Alcune persone finiscono per stravolgere la propria esistenza secondo i dettami del “dio azzardo”: prestiti, ipoteche, aguzzini ed in un attimo il giocatore si trova inghiottito in una spirale da cui non è più capace di uscire.

La dipendenza da gioco può essere trattata con percorsi mirati: il primo passo è ammettere a se stessi di aver bisogno di aiuto.

Ansia da prestazione sociale: dalla timidezza alla fobia sociale

fobia sociale

La timidezza è facilmente individuabile perché le principali manifestazioni, attivate dal sistema nervoso periferico, sono: rossore in viso, battito cardiaco accelerato, sudorazione, tremore, bocca asciutta, mal di stomaco nausea, ansia, variando in modo differente da individuo a individuo.
Inoltre, spesso, a livello comportamentale, la persona timida:

  • cerca di evitare il contatto visivo durante uno scambio verbale;

  • presenta una certa rigidità nella forma del comportamento sociale che si manifesta con comportamenti molto formali, che seguono l’etichetta;

  • adotta un controllo rigido delle proprie reazioni emotive;

  • ha riluttanza a dialogare, proprio perché teme di sentirsi al centro dell’attenzione;

  • ha la netta convinzione che i contenuti dei suoi discorsi siano poco interessanti.

Tutto questo lo conduce ad avere scarne relazioni sociali , poiché qualsiasi situazione esterna che lo faccia sentire al centro dell’attenzione, viene evitata. Quando la timidezza diventa patologica, abbiamo la fobia sociale.

La fobia sociale è caratterizzata da una paura marcata e persistente che riguarda le situazioni sociali che possono creare imbarazzo. L’esposizione alla situazione sociale temuta causa un’intensa reazione ansiosa, che può prendere anche la forma di un attacco di panico. In genere i pazienti riconoscono che la loro paura è eccessiva o irragionevole, tuttavia tendono a evitare la situazione temuta.

La fobia sociale può essere limitata ad alcune situazioni –  come parlare, mangiare, bere o scrivere in pubblico, affrontare una conversazione, partecipare a feste – o generalizzata. L’emozione dominante che ne sta alla base è la vergogna. Spesso i pazienti temono di non riuscire a controllare in pubblico alcune reazioni fisiologiche, come rossore, tremore, affanno, disturbi gastrointestinali o sudorazione. Questa preoccupazione può diventare motivo di ulteriore impaccio nelle situazioni sociali: concentrandosi sulle proprie risposte somatiche e sulle valutazioni negative che potrebbero ricevere, i pazienti tendono a perdere di vista i segnali reali che provengono dagli altri e rischiano di mostrarsi veramente goffi o maldestri, alimentando il timore di essere rifiutati o giudicati poco interessanti. Quando la situazione che scatena l’ansia si conclude, il tormento dei pazienti non finisce: essi tendono a rimuginare sul loro comportamento, enfatizzandone a posteriori gli aspetti negativi e potenziando così la convinzione di non essere socialmente accettabili.

Il disturbo di personalità evitante potrebbe essere considerato  una variante più grave della fobia sociale generalizzata. E’ caratterizzato da un quadro pervasivo di inibizione, sentimenti di inadeguatezza e inettitudine e ipersensibilità ai giudizi negativi che spingono l’individuo a evitare le attività lavorative che implichino un significativo contatto con gli altri, le relazioni intime, le situazioni sociali o interpersonali nuove, le attività che comportano un minimo di novità o rischio. Ripetute esperienze di sconfitta, insuccesso, fallimento e svalutazione possono generare sentimenti di paura, vergogna, umiliazione, invidia, tristezza, soprattutto se non si riesce ad accettare il proprio declassamento. I vissuti di inadeguatezza si trasformano in autodenigrazione, tipica delle sindromi depressive: il paziente ritiene di aver fallito perché “non vale nulla”. Anche la perdita di una persona affettivamente significativa può innescare la depressione, facendo sentire al paziente che i propri sforzi per ottenere l’amore idealizzato di quella persona sono stai inutili. La sofferenza dei pazienti depressi sembrerebbe legata ad una condizione di sconfitta senza esserne consapevoli e, quindi, senza potersi arrendere, cosa che alleverebbe l’intensità dei loro sintomi. L’interiorizzazione dei sentimenti di vergogna, è stata dimostrata in pazienti adulti con disturbo bipolare: i sintomi della fase di eccitamento, potrebbero essere ricondotti all’attivazione del sistema motivazionale agonistico, ma nella sua versione “vincente”. La mania è stata considerata da molti psicoanalisti come una reazione alla depressione, volta a negare con l’onnipotenza i sentimenti di dipendenza e vulnerabilità, e in alcuni casi un vissuto di vergogna può scatenare vissuti aggressivi. La vergogna, unita a collera e colpa, contribuisce a formare l’immagine negativa di sé dei pazienti affetti da disturbo ossessivo-complusivo, che tentano di tenere a bada le emozioni spiacevoli attraverso ripetuti rituali compulsivi; legata alla paura di esporre il proprio mondo interiore e di deludere gli altri, induce i pazienti con disturbi alimentari a focalizzare l’attenzione sull’aspetto corporeo; in alcune persone particolarmente sensibili, sentimenti di intensa vergogna possono costituire la base per una perdita di contatto con la realtà.

L’attivazione precoce, eccessiva o inappropriata di emozioni agonistiche nella relazione con la figura di attaccamento (figure genitoriali) predisporrebbe il bambino a vivere situazioni di umiliazione e sconfitta. I bambini con attaccamento insicuro-ambivalente, avendo sperimentato l’imprevedibilità della figura di attaccamento,tentano di mantenere con lei una vicinanza strettissima, rinunciando a qualsiasi movimento esplorativo autonomo. A livello cognitivo, per evitare l’imprevedibilità, si muovono soltanto nel conosciuto, da cui sia bandita ogni novità. Lo stile cognitivo corrispondente è quello dell’evitamento: queste persone tentano di evitare le invalidazioni, non mettendo alla prova le proprie ipotesi.Ipotizziamo che questo tipo di attaccamento generi un introietto nel bambino: “devo farmi accettare dall’ambiente”.

 

Un simile contesto relazionale, inoltre, non è in grado di fornire al bambino la consolazione e la rassicurazione necessarie per affrontare e superare i primi scontri con i coetanei: il rischio è che la personalità si organizzi con una modalità perennemente conflittuale e sempre perdente. Così l’obiettivo di una terapia dovrebbe essere quello di contestualizzare e delineare i limiti della “sconfitta”, permettendo al paziente di accettarla e relativizzarla, facendo così cessare la continua e inconsapevole resa, messa in atto in tutte le relazioni del paziente, e confutando così la sua profonda convinzione che “ogni sforzo sia inutile”.

 

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Resistere alle tentazioni: il controllo degli impulsi

impulso

Immaginate di avere cinque anni e che qualcuno vi faccia la seguente proposta: se aspetti che io ritorni da una commissione, avrai in premio due caramelle. Se non puoi aspettare, ne avrai solo una, ma subito.

Si tratta di una sfida che mette alla prova l’eterna battaglia fra impulso e repressione, desiderio e autocontrollo, gratificazione e rinvio. In queste condizioni, la scelta operata dal bambino è un valido test che offre una  interpretazione non solo del suo carattere, ma anche della traiettoria che egli probabilmente percorrerà nella sua vita.

Un importante studio ha osservato alcuni adolescenti che da  bambini furono sottoposti al test della caramella. I ragazzi che all’età di cinque anni avevano resistito alla tentazione dimostravano di possedere una maggiore competenza sociale: erano efficaci a livello personale, sicuri di sé e più capaci di tener testa alle frustrazioni della vita. Invece, i ragazzi che a cinque anni non avevano resistito alla tentazione tendevano ad avere un profilo psicologico relativamente più inquieto: essi si dimostravano timidi, testardi e indecisi, facilmente turbati dalle frustrazioni e/o paralizzati di fronte allo stress, diffidenti e risentiti perché convinti di non ottenere “abbastanza” , più inclini alla gelosia e all’invidia con tendenza ad innescare liti e conflitti. Inoltre, nonostante fossero passati diversi anni, essi erano ancora incapaci di rinviare le gratificazioni.

La capacità di frenare i propri impulsi è alla base di molti sforzi dell’adulto, dal mettersi a dieta al prendere la laurea. Alcuni bambini, anche a soli cinque anni, erano già padroni delle fondamentali tecniche di questa abilità: sapevano interpretare la situazione sociale, riconoscendo che in quel caso specifico il rinvio era conveniente; sapevano come distogliere l’attenzione dalla tentazione proprio lì di fronte a loro; e, infine, riuscivano a distrarsi senza abbandonare l’obiettivo che si erano prefissati: le due caramelle.

Il “rinvio della gratificazione autoimposto e diretto a un fine” è forse l’essenza stessa dell’autoregolazione emotiva: la capacità di negare l’impulso in vista e al servizio di un obiettivo, indipendentemente dal fatto che si tratti di un affare, di risolvere un’equazione algebrica o di aggiudicarsi la Coppa del Mondo.

L’autoregolazione emotiva è una capacita presente in ognuno di noi, che può essere sviluppata, perfezionata e trasmessa per migliorare il proprio rapporto con sé, con gli altri e con la realtà che viviamo ogni giorno.

All’origine delle nostre risorse psicologiche

risorse psicologiche

Le risorse psicologiche di cui disponiamo nella vita adulta dipendono in primo luogo dalle dotazioni primarie del nostro corpo. Nel campo della salute fisica come della salute mentale, noi possiamo affacciarci alla vita avendo ricevuto dai nostri genitori un patrimonio genetico più fortunato, tanto che se non ci verranno incontro, dall’esterno, gravi aggressioni della sorte potremo vivere a lungo sereni e in buona salute; oppure, come accade nella maggioranza dei casi, avremo ricevuto un patrimonio con qualche pecca, cioè con una predisposizione a grandi o piccoli guai: dalla predisposizione al diabete alla predisposizione alla depressione, dalla tendenza a sviluppare allergie a quella a essere troppo impulsivi, dalla predisposizione a certi tumori a quella alla demenza senile, ecc.

Nella grande maggioranza dei casi però predisposizione non significa determinazione: si può essere predisposti al diabete ma non esserne mai affetti (ad es. badando alla dieta), all’instabilità emotiva e all’insicurezza ma riuscendo a godere fin dall’infanzia di un ambiente sereno e di una vita equilibrata e priva di ansie importanti.

In secondo luogo conta l’importanza dell’infanzia: chi ha sofferto da bambino di insufficienze alimentari ne avrà conseguenze, anche sul piano psichico, per tutta la vita; se eravamo andati incontro fin da piccoli a una serie di sfortunate esperienze di abbandono, è possibile che ne abbiamo ricavato un certo tipo di aspettativa inconsapevole: cioè la convinzione che impegnarsi affettivamente è rischioso.

Eventi come questi ultimi non sono, ovviamente, patologici. Invece affinché compaiano disturbi veri e propri occorre, almeno nella maggioranza dei casi, che si realizzino somme complesse di coincidenze casuali di tipo negativo. Per esempio, se un bambino tendenzialmente nervoso e apprensivo (e anche questo può essere dovuto a fattori genetici) ha una madre che ha paura delle malattie e un padre poco valido, vi sono molte probabilità che crescerà ipocondriaco.

Una buona conoscenza delle proprie risorse, e dunque sostanzialmente della propria personalità – ivi comprese quelle fragilità che sono presenti in noi fin dall’infanzia – è un’ottima premessa per non fare troppi errori e vivere bene, e con un po’ di fortuna anche a lungo.

Facendo tesoro delle esperienze noi cerchiamo, più che altro con procedimenti a “tentativo ed errore”, di utilizzare al meglio le nostre risorse. Il risultato dipenderà fa molti fattori, fra cui anche le strategie abituali. E’ giusto ritenere che una dose di realistica accettazione della realtà debba informare il modo in cui ciascuno considera il proprio passato: ovvero i successi e gli insuccessi della propria vita. Riguardando a episodi cruciali, ognuno sa che ha compiuto talora degli errori, e si dice che forse al momento buono una variabile minimale avrebbe potuta dare ben altro corso, e più felice, alla sua esistenza. D’altro canto, sa che in quel momento aveva anche fatto, letteralmente, ciò che poteva: nulla di più e nulla di meno. Le circostanze, insomma, erano quelle. Questa problematica assume un significato particolare quando ci chiediamo se esistono fattori specifici e ricorrenti, che tendano a impedire alla persona di funzionare in modo adeguato: per esempio abitudini sciatte e male apprese, successioni di errori mal esaminati nelle loro cause. E così, ci possiamo anche chiedere cosa fare, dopo esserci soffermati a riflettere sulla nostra esperienza passata, per migliorare l’utilizzazione delle risorse di cui disponiamo.