Mese: dicembre 2016

Il feticismo

feticismo

Il termine parafilia deriva dal greco “para” (presso) e “philia” (amore) e definisce comportamenti sessuali devianti. Il problema  è tuttavia  quello di  tracciare una linea tra normalità e patologia. Il parametro attendibile per misurare il fenomeno della perversione da un punto di vista clinico non è il grado di deviazione dalla norma sessuale ma il soddisfacimento: le perversioni si caratterizzano come tali perché non posso essere mai soddisfatte. Infatti, secondo la Psicologia del Sé, le perversioni sarebbero un meccanismo difensivo, perennemente insoddisfacente e pertanto reiterabile all’infinito, dove la sessualità viene utilizzata come un tentativo per contrastare un Sé deficitario, dovuto a gravi carenze delle figure genitoriali nella risposta a bisogni fondamentali del bambino.

La diagnosi di perversione all’interno della nostra società rimanda a due forme principali:

  • perversioni dell’atto: la perversione si esprime nella forma, per cui si tratta di deviazioni sessuali che sostituiscono il coito con una pratica di altro tipo.
  • perversioni dell’oggetto: pratiche sessuali in cui si verifica uno spostamento dell’oggetto o della meta; deviazioni che sostituiscono il partner, anche attraverso autoerotismo.

Le Parafilie sono definite dal DSM-IV come fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente che riguardano: 1) oggetti inanimati, 2) sofferenza e/o umiliazione di se stessi o del partner o 3) di bambini o altre persone non consenzienti, che si manifestano per un periodo di almeno sei mesi. Il comportamento, impulso o fantasia sessuale causa un disagio clinicamente significativo nell’area sociale, professionale o in altre importanti aree di funzionamento del soggetto.

In termini clinici il feticismo è una parafilia, e il suo esordio è solitamente in adolescenza, sebbene il feticcio possa avere acquisito una particolare significato già nella fanciullezza. E’ una variabile clinica significativa solo quando il desiderio feticistico interferisce con il funzionamento sessuale normale dell’individuo.

Il termine feticcio deriva dalla parola fetisio, coniata nel XV secolo dai coloni portoghesi per descrivere gli oggetti inanimati che le popolazioni dell’attuale Nuova Guinea adoravano come divinità.

Si definisce feticista la persona che, durante un periodo di almeno sei mesi, ha fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente che comportano l’uso di oggetti inanimati (i feticci); queste fantasie causano disagio clinicamente significativo e compromissione  dell’are sociale, lavorativa o di altre importanti aree del funzionamento. Consistente nello spostamento della meta sessuale dalla persona viva nella sua interezza ad un suo sostituto, come una parte del corpo stesso, una qualità, un indumento o un qualsiasi altro oggetto. Molto spesso i feticci sono mutande, reggiseno, calze, scarpe, stivali che il feticista tiene in mano mentre si masturba, vi si strofina contro, odora, oppure che può chiedere di indossare al partner durante i rapporti sessuali. Attraverso il feticcio si esprime il desiderio onnipotente di controllare, ispezionare, indagare.

Il profilo psicologico dello stalker

stalking

Stalking letteralmente significa “inseguire” e definisce un campionario comportamentale che include telefonate e lettere anonime, pedinamenti e appostamenti, minacce e aggressioni, intrusioni continue nella vita privata e lavorativa; questi comportamenti assumono carattere ossessivo. In definitiva, identifica una sistemica violazione della libertà personale.

Il profilo psicologico dello Stalker

Il persecutore può agire spinto dal desiderio di avvicinare una persona famosa, per desiderio di recuperare il partner perduto, per cominciare una nuova relazione di amicizia e amore, oppure per desiderio di vendetta; la persecuzione può estendersi anche ai familiari e/o conoscenti.

Qualunque sia la motivazione, lo stalker (persecutore) diviene schiavo del proprio progetto, tanto da non riuscire a decodificare correttamente le risposte altrui. Una ricerca australiana ha identificato cinque tipologie di stalker, basandosi sulle motivazioni:

  • Il respinto;
  • Il bisognoso d’affetto;
  • Il corteggiatore incompetente;
  • Il risentito:
  • Il predatore.

 

Ad esempio l’obiettivo del “risentito” è quello di vendicarsi di un danno o un torto subito, è guidato da un piano punitivo attraverso cui giustifica i propri comportamenti; ciò che lo rinforza è la sensazione di potere e di controllo.

Il “respinto” ha come obiettivo la riconciliazione con un ex-partner o con un partner attuale che vuole interrompere la relazione, oppure desidera la vendetta. La persecuzione riproduce una relazione la cui rottura viene vissuta dallo stalker come un grave disagio, un’umiliazione intollerabile, la rinuncia del partner è intesa come la perdita del controllo di una parte di sé.

Il delirio erotomane, è una forma amplificata del “bisognoso d’affetto”; l’erotomane non accetta di non essere ricambiato, il suo amore si basa su una fissazione totalizzante.

Il “corteggiatore incompetente” non riesce invece ad entrare in sintonia con l’altro a causa della propria incapacità nell’avvicinamento.

Il “predatore” ha come scopo un rapporto sessuale con la vittima, egli prova soddisfazione e senso di potere nella pianificazione dell’agguato.

E’ fondamentale, quindi, non sottovalutare i comportamenti persecutori di cui si è vittime e, soprattutto, rivolgersi a dei centri antiviolenza che possano aiutare la persona ad affrontare ogni aspetto del problema, sia da un punto di vista psicologico che legale.

 

 

L’autolesionismo

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L’autolesionismo è da tempo oggetto di discussione fra gli psichiatri. Per ora la definizione più utilizzata è quella di azioni intenzionali, ripetute, a bassa letalità, che alterano o danneggiano il tessuto corporeo senza alcun intento suicida cosciente. In questa definizione rientrano quattro tipi di comportamento autolesivo, che sono differenti non solo per la modalità con cui viene provocato il danno, ma anche per le motivazioni che stanno alla base del comportamento e per le associazioni con altre patologie psichiatriche.

Nell’autoavvelenamento (self-poisoning) rientrano comportamenti che vanno dall’overdose di farmaci all’ingestione di sostanze tossiche, fino all’iniettarsi sostanze pericolose: un disturbo vicino al comportamento suicidario.

L’automutilazione invece di solito ha un’origine psicotica. Viene meno la consapevolezza del proprio corpo e manca la coscienza della malattia stessa. Si verifica perlopiù nei casi di schizofrenia grave e non esistono cause esterne alla patologia.

L’autodanneggiamento (self-harming) è caratterizzato dalle c.d. condotte a rischio: comportamenti che indirettamente hanno effetti dannosi per la salute, come il gioco d’azzardo patologico, la guida pericolosa, l’abuso di stupefacenti o di alcolici.

L’autoferimento consiste nel procurarsi tagli, bruciature e altre lesioni. La modalità più diffusa è quella dei cutter, che si procurano tagli sulle braccia, sulle gambe, a volte sull’addome. Gli strumenti sono gli utensili domestici: coltelli, forchette, lamette. Alcuni cominciano ad autoferirsi a causa di perdite affettive importanti: abbandoni che possono essere reali, ma anche immaginari, nel senso che alcune volte la perdita è vissuta soltanto a livello interiore: pensano ad una persona per loro importante li stia lasciando, ma spesso è solo una percezione distorta. Solitudine, sensazione di vuoto, senso di colpa e di impotenza fanno spesso la cornice al disturbo. Subito dopo essersi tagliate queste persone possono provare un sollievo temporaneo, che dura fino a quando un’altra sensazione negativa farà scattare nuovamente la molla. Altri vivono, invece, una sensazione di estraneità, fatta di alienazione dal proprio corpo. Il dolore e il sangue che esce dal corpo li fanno sentire vivi, si procurano ferite per sentirsi persone reali. Hanno bisogno di provare sofferenza per affermare la propria esistenza. Per altri ancora, è una valvola di sfogo, una via attraverso cui espellere tutte le sensazioni negative che sentono di avere in corpo.

A sua volta l’autoferimento può essere impulsivo, compulsivo o stereotipico. Nel primo caso a dominare è l’intermittenza dell’evento, che può essere tagliarsi, bruciarsi o colpirsi. Con il passare del tempo il disturbo può ripetersi, fino a diventare una vera dipendenza. Nell’autolesionismo compulsivo invece domina il rito. Certi comportamenti sono ripetuti, e possono presentarsi anche più volte al giorno. Questo perché il pensiero di ferirsi è un’ossessione che diventa più forte nei momenti di stress. L’autoferitore spesso tenta di resistere, senza riuscirci. L’autoferimento stereotipico, infine, è tipico di gravi ritardi mentali e dell’autismo. Il gesto è compiuto indipendentemente dal contesto. In genere, questo comportamento è caratterizzato da movimenti ripetuti, come battere la testa ripetutamente contro un muro.

L’autolesionismo è spesso associato al disturbo borderline di personalità, una patologia che impedisce di avere relazioni stabili di amicizia o amore. Un’altra associazione frequente è quella con i disturbi dell’alimentazione, in particolare con la bulimia.

Molti autolesionisti soffrono poi di alessitimia, cioè l’incapacità di esprimere emozioni. Sembra che sia proprio questa impossibilità di comunicare i propri sentimenti di rabbia a scatenare l’autoferimento: sentono il bisogno di chiedere aiuto, oppure di protestare per un disagio che stanno vivendo, ma non trovano una via efficace per comunicarlo. E’ una forma distorta di relazione con gli altri: vogliono richiamare l’attenzione di qualcuno che sta loro a cuore ma non ci riescono. Si sentono ignorati. Molto spesso poi  posso esserci sentimenti di ostilità verso se stessi.

Categories: psicopatologia

Affidamento condiviso e valutazione delle capacità genitoriali

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La recente legge sull’affidamento condiviso (8 febbraio 2006 n. 54) sottolinea in primis il concetto di bigenitorialità allargata, intesa come necessità di ampliare la prospettiva di frequentazione e rapporto da parte del minore con entrambi i gruppi familiari (art. 155 c.c., 1° comma: “Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare i rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”). Ciò presuppone una sempre maggiore necessità di approfondire le definizioni relative al concetto ancora generico di “capacità genitoriali”.

La Consulenza Tecnica d’Ufficio viene generalmente richiesta:

  • dal giudice quando la coppia genitoriale, e non più coniugale, non è in grado di accordarsi relativamente alla gestione dei figli che diventano oggetti di contesa nei conflitti genitoriali;
  • dal magistrato quando dal colloquio con i coniugi si rende conto della presenza in uno o in entrambi di anomalie nell’organizzazione mentale più o meno gravi che incidono o potrebbero incidere sullo sviluppo psico-evolutivo del minore;
  • su richiesta di uno dei genitori, che adduca un disturbo mentale dell’altro sia come causa del fallimento del rapporto coniugale, sia come motivo per avere l’affidamento della prole (prendendo spunto dall’art. 155 bis della stessa legge, in cui si afferma la necessità dell’affidamento esclusivo allorchè “Il giudice può disporre l’affidamento dei figli ad uno solo dei genitori qualora ritenga con provvedimento motivato che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore”).

L’obiettivo della Consulenza sarà dunque quello di valutare la presenza e la gravità del disturbo (nevrosi, psicosi, disturbi di personalità, ecc.) e le capacità genitoriali; inoltre il consulente offre al giudice tutte quelle ulteriori notizie ed informazioni utili al fine di costruire la personalità dei genitori e l’ambiente familiare, precisandone, eventualmente, in quale misura il disturbo mentale riscontrato influisce sulle capacità educative, suggerendo le soluzioni più adeguate ai fini dell’affidamento della prole. In base al quadro psicologico delineato dal consulente, il giudice può adottare vari provvedimenti di affidamento della prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa.

In presenza di un disturbo mentale grave, ad esempio, che limiti o escluda fortemente la capacità educativa di uno dei genitori, l’affidamento del minore all’altro si impone come scelta obbligata. Nel caso sia presente un disturbo lieve, che non incida sulla capacità genitoriale di crescere ed educare il figlio, lo stesso non rappresenta una controindicazione all’affidamento. Anche a fronte di una conflittualità al momento non diminuita, interviene la necessità di valutare le capacità genitoriali, per poter stabilire, al di la della psicopatologia conclamata, quando è possibile che un genitore non agisca direttamente a favore del figlio, ma al contrario possa procuragli difficoltà e, infine, disturbi di natura psicopatologica.

Naturalmente, nei casi in cui le capacità genitoriali di uno dei due genitori fossero diminuite o compromesse, creando danneggiamenti sulla prole, è ancora previsto l’affidamento esclusivo (art. 155-bis).

Nei maggiori e più importanti tribunali italiani i giudici tendono a dare l’esclusivo solo in casi gravi, ovvero quando vi sono malattie psichiche o tossicodipendenze, o comunque quando emergono situazioni di grave pericolo per il minore, oppure in alcuni casi in cui i genitori abitano in città molto lontane fra loro.

Il danno esistenziale da bullismo

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Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni. Un’azione viene definita offesnsiva quando una persona infligge intenzionalmente o arreca un danno o un disagio a un’altra.”  (Olweus, 1996).

Il bullismo quindi non è riferibile ai normali conflitti o rivalità tra ragazzi, tipici dell’età adolescenziale, ma piuttosto a vere e proprie prepotenze preordinate, oppressioni che con aggressività sistemica, con continue violenze fisiche, verbali e psicologiche, vengono costantemente imposte su soggetti più deboli ed incapaci di difendersi riducendoli spesso ad una condizione  di soggezione, disagio psichico, isolamento ed emarginazione nei confronti di tutto il gruppo classe e, in casi più gravi, di tutta la scuola. E’ possibile individuare alcune caratteristiche che differenziano il bullismo dai comportamenti prevaricatori che possono normalmente avvenire tra coetanei:

  • L’intenzione volontaria e cosciente di arrecare danno all’altro, mediante azioni offensive attuate sia mediante il contatto fisico, sia a parole;
  • Evidente soddisfazione nel perseguitare la vittima prescelta, specie quando quest’ ultima accusa evidente sofferenza psicologica e  sentimenti di angoscia;
  • Riduzione della stima di sé e maggiore propensione alle vessazioni nella vittima a causa delle continue e ripetute umiliazioni subite, che la conducono a non rivelare agli insegnanti e genitori gli episodi che la vedono coinvolta, proprio perché teme ritorsioni e vendette.

Non si dovrebbe quindi  parlare di bullismo quando i ragazzi che, rimangono coinvolti in un  contrasto, non insistono oltre un certo limite per imporre la propria volontà, quando sono in grado di spiegare il perché del loro conflitto, manifestare le proprie ragione, scusandsi e cercare situazioni accomodanti, di cambiare tematica ed infine di allontanarsi.

Per chi vive delicati momenti evolutivi, il rischio che comportamenti a rischio si strutturino e si sistematizzino in un vero e proprio disagio esistenziale è comunque elevato, soprattutto se l’adolescente si trova già in una situazione psicologica difficile e non incontra risposte adeguate dall’ambiente circostante.

E’ questo sicuramente il caso sia del bullo che della vittima.

Alcuni studi compiuti sulle vittime evidenziano, da un punto di vista psicologico, un maggior numero di episodi depressivi rispetto alla media, un stima di sé più bassa, un’alta percentuale di abbandoni scolastici, difficoltà lavorative ed un maggior numero di suicidi; da un punto di vista fisico invece, si riscontrano un’incapacità a fronteggiare situazioni di aggressività verbale o fisica e la tendenza a somatizzazioni più o meno gravi (mal di testa, mal di stomaco, attacchi di panico, etc).

Volendo considerare il danno esistenziale come “la somma di ripercussioni relazionali di segno negativo” (Cendon, Ziviz, 2000), è indubbio come esso possa ritenersi diagnosticabile non solo nella relazione bullo-vittima, ma anche in chi vive intorno a loro (genitori, alunni, insegnanti).

Disturbi sessuali femminili

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Secondo il DSM-IV-TR (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) le principali categorie diagnostiche relative ai disturbi sessuali femminili sono le seguenti:

 

  1. Disturbi del Desiderio Sessuale:

 

Disturbo del Desiderio Sessuale Ipoattivo. Si tratta di una insufficienza o di un’assenza di desiderio sessuale e fantasie a contenuto sessuale, non attribuibili completamente a cause mediche o all’assunzione di sostanze. Può essere presente da sempre (Tipo Permanente) o comparso in seguito alla presenza di un adeguato desiderio sessuale (Tipo Acquisito). Può essere relativo ad uno specifico partner (Tipo Situazionale) o essere pervasivo (Tipo Generalizzato). Può essere dovuto a fattori puramente psicologici e relazionali (Dovuto a Fattori Psicologici), oppure non completamente ascrivibile ad essi (Dovuto a Fattori Combinati).

Disturbo da Avversione Sessuale. È caratterizzato dall’avversione e dall’evitamento attivo del contatto genitale con un partner sessuale. Può essere presente da sempre (Tipo Permanente) o comparso in seguito alla presenza di un adeguata risposta sessuale (Tipo Acquisito). Può essere relativo ad uno specifico partner (Tipo Situazionale) o essere pervasivo (Tipo Generalizzato). Può essere dovuto a fattori puramente psicologici e relazionali (Dovuto a Fattori Psicologici), oppure non completamente ascrivibile ad essi (Dovuto a Fattori Combinati).

 

  1. Disturbo dell’Eccitazione Sessuale Femminile. Si tratta di una persistente o ricorrente incapacità di raggiungere o di mantenere un’adeguata risposta di eccitazione sessuale, caratterizzata da lubrificazione e tumescenza, fino al completamento dell’attività sessuale.Può essere presente da sempre (Tipo Permanente) o comparso in seguito alla presenza di un adeguata eccitazione sessuale (Tipo Acquisito). Può essere relativo ad uno specifico partner (Tipo Situazionale) o essere pervasivo (Tipo Generalizzato). Può essere dovuto a fattori puramente psicologici e relazionali (Dovuto a Fattori Psicologici), oppure non completamente ascrivibile ad essi (Dovuto a Fattori Combinati).

 

  1. Disturbo dell’Orgasmo Femminile. È caratterizzato dall’assenza persistente o ricorrente, o dal ritardo dell’orgasmo, nonostante sia presente una adeguata stimolazione e una adeguata fase di eccitazione sessuale. Può essere presente da sempre (Tipo Permanente) o comparso in seguito alla presenza di un adeguata capacità orgasmica (Tipo Acquisito). Può essere relativo ad uno specifico partner (Tipo Situazionale) o essere pervasivo (Tipo Generalizzato). Può essere dovuto a fattori puramente psicologici e relazionali (Dovuto a Fattori Psicologici), oppure non completamente ascrivibile ad essi (Dovuto a Fattori Combinati).

 

  1. Disturbi da Dolore Sessuale:

 

Dispareunia. Si tratta di un dolore genitale associato al rapporto sessuale. Sebbene si presenti più comunemente durante il coito, essa può anche insorgere prima o dopo il rapporto sessuale. Il dolore può essere descritto come superficiale durante la penetrazione o come profondo durante le spinte del pene. L’intensità dei sintomi può variare da una lieve sensazione dolorosa ad un dolore intenso. Può essere presente da sempre (Tipo Permanente) o comparso in seguito alla presenza di un adeguata capacità penetrativa senza dolore (Tipo Acquisito). Può essere relativo ad uno specifico partner (Tipo Situazionale) o essere pervasivo (Tipo Generalizzato). Può essere dovuto a fattori puramente psicologici e relazionali (Dovuto a Fattori Psicologici), oppure non completamente ascrivibile ad essi (Dovuto a Fattori Combinati).

Vaginismo. Si tratta di una ricorrente o persistente contrazione involontaria dei muscoli perineali che circondano il terzo esterno della vagina quando si tenta la penetrazione vaginale con pene, dita, tamponi o speculum. Può essere presente da sempre (Tipo Permanente) o comparso in seguito alla presenza di un adeguata capacità penetrativa senza dolore (Tipo Acquisito). Può essere relativo ad uno specifico partner (Tipo Situazionale) o essere pervasivo (Tipo Generalizzato). Può essere dovuto a fattori puramente psicologici e relazionali (Dovuto a Fattori Psicologici), oppure non completamente ascrivibile ad essi (Dovuto a Fattori Combinati).

Parafilie. Le caratteristiche essenziali di una Parafilia sono fantasie, impulsi sessuali, o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente, che in generale riguardano 1) oggetti inanimati, 2) la sofferenza o l’umiliazione ‘‘stessi o del partner, o 3) bambini o altre persone non consenzienti, e che si manifestano per un periodo di almeno 6 mesi. Per alcuni soggetti, fantasie o stimoli parafi lici sono indispensabili per l’eccitazione sessuale e sono sempre inclusi nell’attività sessuale. In altri casi, le preferenze parafiliche si manifestano solo episodicamente (i. e., durante periodi di stress), mentre altre volte la persona riesce a funzionare sessualmente senza fantasie o stimoli parafilici.

 

Per tutte le diagnosi sopraelencate il DSM-IV-TR prevede che i disturbi causino notevole disagio o difficoltà interpersonali.

Il desiderio sessuale femminile

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Per non far smorzare il suo desiderio è fondamentale che la donna coltivi l’autostima, poiché il “piacere è piacersi”. Una donna che ama il suo corpo potrà vivere una sessualità appagante e disinibita, mentre una donna ossessionata dal suo corpo tenderà a vivere una sessualità soffocata e imbrigliata nei canoni estetici impostati dai media. Una buona amante è una donna che ama se stessa, perché l’amore che proviamo per noi stessi è il pilastro delle relazioni con gli altri. Fare l’amore significa avvicinarsi al proprio partner, rivelarsi, farsi conoscere in senso profondo: solo chi si accetta veramente può tollerare un tale sguardo ravvicinato.

Al contrario, tante donne “che non si amano” rimangono incastrate in una sessualità difensiva, in cui magari la performance è perfetta, ma non c’è vero abbandono o reale apertura. La donna che non accetta non apprezza il proprio corpo, ha paura del giudizio del partner, non osa esprimersi, provare nuovi comportamenti. E’ proprio la paura del giudizio, del “chissà cosa penserà di me” che blocca l’eros femminile. Ecco perché molte donne  a letto non si lasciano andare, non praticano o ricevono il sesso orale per esempio, perché temono di apparire troppo disinibite ed essere considerate “facili”. In questo modo frenano la loro sensualità, non permettendo così che la magia dell’orgasmo si avveri.

Ma non è solo “colpa” della donna e delle sue insicurezze se l’eros si smorza. Molto spesso è il partner che con i suoi comportamenti contribuisce a non rendere l’eros un’esperienza coinvolgente e travolgente. Un partner trasandato, un partner poco attento ai preliminari, un partner egoista e costantemente concentrato solo sul suo piacere, un partner distante, sicuramente non può accendere la fiamma della passione.

Pertanto le donne devono imparare a trovare l’amore in loro stesse attraverso un percorso di crescita non affannoso e non solamente razionale; non serve ripetere che ci si deve amare, ma occorre cercare, a poco a poco, nelle situazioni della vita, quel nutrimento emotivo che è mancato e che permette all’eros di espandersi e di esprimersi.

In alcuni casi, le problematiche inerenti la sessualità possono causare notevole disagio o difficoltà interpersonali, sfociando nei c.d. Disturbi Sessuali Femminili.

Il ruolo dell’aspetto fisico sull’attrazione iniziale

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Fin da bambini ci viene fornito dai media il “prototipo” di bellezza, con l’implicito messaggio che la bellezza è associata alla bontà. Bombardati dalle immagini dei media, non dovremmo sorprenderci il fatto che condividiamo una serie di criteri di bellezza.

Perché siamo attratti dalla bellezza?

Alcuni studi hanno dimostrato che entrambi i sessi sono attratti da occhi grandi. Questa è una caratteristica considerata tipica del volto “infantile”, in quanto i cuccioli dei mammiferi hanno occhi molto grandi rispetto la forma del viso. Questi tratti del volto infantile risultano attraenti perché suscitano sentimenti di dolcezza e tenerezza. Un’altra caratteristica che desta attenzione sono gli zigomi pronunciati, elemento che è tipico dell’adulto sessualmente maturo. Notiamo però come il volto femminile considerato “bello” presenti più caratteristiche bambinesche (naso e mento piccolo), il che indica che la bellezza femminile viene maggiormente associata alle qualità infantili.

La bellezza costituisce un potente stereotipo: ipotizziamo, in altre parole, che l’essere belli presupponga tutta una serie di elementi desiderabili. Per esempio, si crede che le persone belle abbiano successo, siano più intelligenti, abbiano una sistemazione migliore nella vita, etc

Questo stereotipo però condiziona i giudizi delle persone su un individuo solamente in aree specifiche. Alcuni  studi hanno evidenziato che la bellezza fisica ha un effetto più evidente nelle attribuzioni degli uomini sulle donne rispetto alla competenza sociale: la bellezza è collegata con la socievolezza, l’estroversione e la popolarità. Lo stereotipo del “ciò che è bello è buono” è meno potente invece quando le persone vengono giudicate intelligenti, con una buona autostima e in carriera. Indubbiamente, il “nocciolo di verità” all’interno dello stereotipo è dovuto al fatto che le persone belle ricevono una grande quantità di attenzione, la quale aiuta a sviluppare una buona competenza sociale.

Se la bellezza fisica ha un effetto potente sull’attrazione iniziale, il fatto che ci piaccia qualcuno influenza anche la nostra valutazione di quanto lei o lui siano fisicamente attraenti. Sebbene esistono delle qualità oggettive di una persona che la rendono più attraenti di altre, è anche vero che più ci piace qualcuno, più troviamo bello il suo aspetto fisico.