L’autolesionismo

autolesionismo

L’autolesionismo è da tempo oggetto di discussione fra gli psichiatri. Per ora la definizione più utilizzata è quella di azioni intenzionali, ripetute, a bassa letalità, che alterano o danneggiano il tessuto corporeo senza alcun intento suicida cosciente. In questa definizione rientrano quattro tipi di comportamento autolesivo, che sono differenti non solo per la modalità con cui viene provocato il danno, ma anche per le motivazioni che stanno alla base del comportamento e per le associazioni con altre patologie psichiatriche.

Nell’autoavvelenamento (self-poisoning) rientrano comportamenti che vanno dall’overdose di farmaci all’ingestione di sostanze tossiche, fino all’iniettarsi sostanze pericolose: un disturbo vicino al comportamento suicidario.

L’automutilazione invece di solito ha un’origine psicotica. Viene meno la consapevolezza del proprio corpo e manca la coscienza della malattia stessa. Si verifica perlopiù nei casi di schizofrenia grave e non esistono cause esterne alla patologia.

L’autodanneggiamento (self-harming) è caratterizzato dalle c.d. condotte a rischio: comportamenti che indirettamente hanno effetti dannosi per la salute, come il gioco d’azzardo patologico, la guida pericolosa, l’abuso di stupefacenti o di alcolici.

L’autoferimento consiste nel procurarsi tagli, bruciature e altre lesioni. La modalità più diffusa è quella dei cutter, che si procurano tagli sulle braccia, sulle gambe, a volte sull’addome. Gli strumenti sono gli utensili domestici: coltelli, forchette, lamette. Alcuni cominciano ad autoferirsi a causa di perdite affettive importanti: abbandoni che possono essere reali, ma anche immaginari, nel senso che alcune volte la perdita è vissuta soltanto a livello interiore: pensano ad una persona per loro importante li stia lasciando, ma spesso è solo una percezione distorta. Solitudine, sensazione di vuoto, senso di colpa e di impotenza fanno spesso la cornice al disturbo. Subito dopo essersi tagliate queste persone possono provare un sollievo temporaneo, che dura fino a quando un’altra sensazione negativa farà scattare nuovamente la molla. Altri vivono, invece, una sensazione di estraneità, fatta di alienazione dal proprio corpo. Il dolore e il sangue che esce dal corpo li fanno sentire vivi, si procurano ferite per sentirsi persone reali. Hanno bisogno di provare sofferenza per affermare la propria esistenza. Per altri ancora, è una valvola di sfogo, una via attraverso cui espellere tutte le sensazioni negative che sentono di avere in corpo.

A sua volta l’autoferimento può essere impulsivo, compulsivo o stereotipico. Nel primo caso a dominare è l’intermittenza dell’evento, che può essere tagliarsi, bruciarsi o colpirsi. Con il passare del tempo il disturbo può ripetersi, fino a diventare una vera dipendenza. Nell’autolesionismo compulsivo invece domina il rito. Certi comportamenti sono ripetuti, e possono presentarsi anche più volte al giorno. Questo perché il pensiero di ferirsi è un’ossessione che diventa più forte nei momenti di stress. L’autoferitore spesso tenta di resistere, senza riuscirci. L’autoferimento stereotipico, infine, è tipico di gravi ritardi mentali e dell’autismo. Il gesto è compiuto indipendentemente dal contesto. In genere, questo comportamento è caratterizzato da movimenti ripetuti, come battere la testa ripetutamente contro un muro.

L’autolesionismo è spesso associato al disturbo borderline di personalità, una patologia che impedisce di avere relazioni stabili di amicizia o amore. Un’altra associazione frequente è quella con i disturbi dell’alimentazione, in particolare con la bulimia.

Molti autolesionisti soffrono poi di alessitimia, cioè l’incapacità di esprimere emozioni. Sembra che sia proprio questa impossibilità di comunicare i propri sentimenti di rabbia a scatenare l’autoferimento: sentono il bisogno di chiedere aiuto, oppure di protestare per un disagio che stanno vivendo, ma non trovano una via efficace per comunicarlo. E’ una forma distorta di relazione con gli altri: vogliono richiamare l’attenzione di qualcuno che sta loro a cuore ma non ci riescono. Si sentono ignorati. Molto spesso poi  posso esserci sentimenti di ostilità verso se stessi.

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