Autore: Pacifici

La dipendenza affettiva

dipendenza affettiva

Cos’è la dipendenza affettiva?

Può essere definita come una “condizione disadattiva caratterizzata da una necessità e da un desiderio imperiosi dell’altro che si traducono in pattern relazionali problematici, caratterizzati dalla persistente e assidua ricerca di vicinanza, nonostante la consapevolezza delle conseguenze negative di tale comportamento.”

La dipendenza affettiva affonda le sue radici durante l‟infanzia, nel rapporto con i genitori; coloro che da bambini sono stati dipendenti hanno ricevuto il messaggio di non essere degni d‟amore o che i loro bisogni non siano importanti.

La dipendenza affettiva ha una dinamica diadica, cioè che coinvolge due persone: alcune volte il partner del “dipendente affettivo‟ è un soggetto problematico, che maschera la propria dipendenza affettiva con una dipendenza da droga, alcool o gioco d‟azzardo; altre volte la persona amata è rifiutante, sfuggente o irraggiungibile.

In entrambi i casi ciò che seduce è la lotta: la dipendenza si alimenta dal desiderio di essere amati da chi non ricambia e lo stesso desiderio cresce in modo proporzionale al rifiuto.

Il dipendente vede l‟amore come strumento di risoluzione dei propri problemi. Il partner assume il ruolo di salvatore, diventa lo scopo della propria esistenza e la sua assenza, anche se temporanea, provoca nella persona dipendente la sensazione di non esistere.

Tra le caratteristiche della storia personale e familiare condivise da chi è coinvolto in un problema di dipendenza affettiva ci sono: la provenienza da una famiglia in cui sono stati trascurati, soprattutto in età evolutiva, i bisogni emotivi della persona; una storia familiare caratterizzata da carenza di affetto autentico; la tendenza a ri-attribuirsi nella propria vita di coppia di un ruolo simile a quello vissuto con i genitori e l‟assenza nell‟infanzia della possibilità di sperimentare una sensazione di sicurezza che successivamente genera, nel contesto della co-dipendenza, il bisogno di controllare in modo ossessivo la relazione ed il partner.

La dipendenza affettiva e la tossicodipendenza hanno molte analogie; in entrambe si sperimentano:

  • Intensa euforia quando vedono il partner, simile all’euforia che caratterizza l’uso di una droga
  • Craving (che è un desiderio spasmodico e irrefrenabile) per il partner o per la droga
  • Tendenza a ricercare sempre più la vicinanza con il partner (fenomeno simile alla “tolleranza”, un meccanismo che spinge i tossicodipendenti ad aumentare progressivamente la quantità di droga assunta abitualmente per ottenere l’effetto desiderato)
  • Quando una relazione finisce le persone dipendenti hanno dei sintomi d’astinenza che sono simili a quelli che si riscontrano nella sindrome d’astinenza dei tossicodipendenti (depressioneansia, insonnia o ipersonnia, irritabilità, perdita dell’appetito o abbuffate) che, esattamente come avviene nella tossicodipendenza,portano alla ricaduta; ad es. nella Dipendenza Affettiva avere una ricaduta vuol dire cercare nuovamente il partner nonostante sia stato infedele, violento, ecc.

Quali sono le caratteristiche generali della personalità con dipendenza affettiva?

 Bassa autostima

 Costante necessità di approvazione da parte degli altri e paura del rifiuto

 Bisogno costante di stare con il partner

 Intolleranza alla solitudine

 Difficoltà a dire “No”, anteponendo continuamente desideri e bisogni di altri ai propri

Esiste una differenza nella dinamica di dipendenza affettiva fra uomini e donne?

Negli uomini è più comune la tendenza ad allontanare dalla mente il dolore per carenze subite attraverso l‟identificazione con l‟attore di queste mancanze, un funzionamento che comporta l‟assunzione del ruolo precedentemente subito o il manifestarsi del bisogno di essere dipendenti nel comportamento di abuso di sostanze. Nelle donne, invece, si tende a rivivere ciò che si è subito riproducendo le carenze o le violenze, nel tentativo illusorio di controllarle e di riscattarsi dal passato.

Gli uomini dipendenti danno l‟impressione di essere sicuri di sé e che non sono troppo interessati alla relazione. Odiano il conflitto cercando il compromesso. Il manipolatore sceglierà una compagna insicura e vulnerabile, fragile e sottomessa che dona se stessa e si annulla totalmente per l‟altro, a tal punto da creare in poco tempo un rapporto di dipendenza.

La relazione si nutre attraverso la paura della separazione e della solitudine della donna, della sua fragilità emotiva e del bisogno di esistere solamente in funzione dell‟altro.

È nell‟infanzia di queste donne che si ricercano le profonde ferite che oggi portano loro a invischiarsi in queste relazioni sbagliate. Spesso esistono storie di maltrattamenti psicologici e fisici che hanno subito da piccole e che hanno prodotto in loro l‟idea di essere sbagliate e non meritevoli di amore tanto da portare, in età più matura, a rapporti di sottomissione e passività.

Inoltre è la speranza e l‟illusione di un cambiamento impossibile che fa sì che il rapporto perduri e si cronicizzino tali schemi, condizionando quindi la propria capacità di amare.

Puoi trovare altri approfondimenti sul tema nella seguente video intervista: https://www.youtube.com/watch?v=GenlyxBP5Is

Il lutto

lutto

Cos’è il lutto?

Il lutto può essere definito come un sentimento di intenso dolore causato dalla perdita di una persona cara.

Questo sentimento può scaturire a seguito della morte di qualcuno ma anche dopo la fine di una relazione amorosa, a diversi gradi di intensità.

 

Come si elabora il lutto?

Non esiste un modo “giusto o sbagliato” di affrontare il lutto: ognuno lo vive in modo del tutto personale. Tuttavia, l’esperienza clinica ci suggerisce che le persone in grado di affrontare la perdita e l’abbandono in modo efficace, sono quelle che passano attraverso le c.d. “cinque fasi del lutto” (Kubler- Ross, 1975):

I. Negazione

In questa prima fase, che generalmente si manifesta subito dopo la scomparsa della persona cara, chi ha subito la perdita si rifiuta di accettarla: può, ad esempio, parlare al presente come se la persona scomparsa potesse tornare da un momento all’altro; può comportarsi come se nulla fosse successo, ad esempio, apparecchiando la tavola o cucinando per la persona scomparsa. Si tratta di  sentimenti di shock e stordimento comunemente riscontrati in chi subisce un lutto: la realtà è talmente intollerabile da essere negata.

II. Patteggiamento

E’ la fase in cui l’abbandono non viene più negato: la persona  comincia a sperare nel ritorno della persona scomparsa poiché il dolore è talmente forte da non riuscire ad accettarne la perdita definitiva.

III. Rabbia

E’ la fase in cui la rabbia prende il sopravvento: ogni tentativo di riavere indietro il proprio caro fallisce. La rabbia può essere diretta contro la persona scomparsa, colpevole di averci abbandonato, oppure verso noi stessi per non essere riusciti ad impedirne la scomparsa. La rabbia, in questa fase, ha la funzione di coprire il sentimento di profonda tristezza associato alla perdita che ancora non si è in grado di accettare.

IV. Depressione

E’ la fase in cui prevale una profonda tristezza per l’abbandono e l’inevitabilità della perdita. Sono comunemente riscontrati sentimenti di solitudine, sconforto e di apatia.

V. Accettazione

E’ la fase in cui si comincia pian piano a riorganizzare la propria vita: la perdita viene gradualmente accettata ma al contempo ci si concede di gioire ancora della vita; i ricordi del caro scomparso continuano a vivere nel cuore di chi lo ha amato.

 

Un lutto adeguatamente elaborato comporta che vengano attraversate tutte le fasi. E’ inoltre comunemente riscontrata l’oscillazione fra una fase e l’altra. Quando si instaura la cronicizzazione di una o più  fasi, si parla di  “lutto patologico”, ovvero dell’incapacità di accettare la perdita di un proprio caro.

Lo stalking

Il Fenomeno dello stalking, purtroppo, è in costante aumento e ce lo dimostrano i fatti quotidiani di cronaca. Per questo ritengo fondamentale la diffusione di tutte quelle informazioni che possano aiutare le persone a rendersi consapevoli di essere vittime di atti persecutori. La consapevolezza, infatti, è il primo passo.

Buona visione.

Si ringrazia la redazione del blog www.rapportodicoppia.it per la collaborazione.

Consigli per una sana ed equilibrata relazione di coppia

coppia sana e felice

Le distanze s’accorciano con le attenzioni. Si allungano con l’indifferenza. Si perdono con la disattenzione.”

La maggior parte delle coppie, superata la fase iniziale di innamoramento, attraversano una o più crisi. L’errore che più comunemente viene fatto è quello di sottovalutare i problemi, con la speranza che il tempo possa magicamente risolvere il tutto. Molte volte, però, proprio l’assenza di consapevolezza della crisi fa si che le distanze, sia affettive che fisiche, aumentano diventano così grandi da provocare la rottura definitiva del rapporto.

Quali sono i comportamenti che rendono un rapporto sano e felice?

E’ fondamentale dialogare. Il confronto fra i partner consente a ciascuno di poter esprimere liberamente i propri vissuti; l’importante è ascoltare il partner, rendendosi disponibili ad accogliere le eventuali richieste, senza avanzare accuse o recriminazioni. Anche durante una discussione, l’obiettivo deve sempre essere quello di imparare dal confronto stesso, per trovare una soluzione quanto più condivisa da entrambi. Rimanere rigidamente arroccati sulle proprie posizioni contribuirà al perdurare del problema oggetto di discussione.

Questo vale anche per il sesso: non bisogna avere paura o imbarazzo nel confrontarsi sulla sessualità e sulle fantasie reciproche. E’ fondamentale poi  ritagliarsi spazi di intimità per rinforzare l’attrazione e il desiderio reciproco.

Dimostrare i propri sentimenti d’amore e d’affetto al proprio partner è importante.  La manifestazione della propria emotività non è un segno di debolezza ma, al contrario, un indice di forza e sicurezza di sé.

Accettare l’altro per quello che è. Può sembrare un concetto banale ma è fondamentale individuare ed accettare le caratteristiche strutturali ed individuali di una persona poiché difficilmente potranno essere cambiate. E’ tuttavia possibile “smussare” alcuni atteggiamenti individuali ma non è certamente possibile cambiare il modo di essere di qualcuno. Risulta, invece, importante saper andare incontro all’altro, soprattutto quando si tratta di piccole cose.

Non pretendere che il proprio partner possa risolvere i nostri problemi professionali o le nostre problematiche esistenziali. Il supporto dell’altro nei momenti di difficoltà individuale è importante ma il partner non deve essere utilizzato come uno strumento per sfogare la propria frustrazione o la propria rabbia.

Affrontare insieme i cambiamenti della vita. Molto spesso, infatti, la coppia si divide a causa del mancato confronto sulle novità importanti. E’ opportuno parlarne per trovare insieme una soluzione.

La condivisione di hobby e passioni è utile per favorire l’intimità e la complicità nella coppia. Ad esempio  potreste cucinare insieme prima di condividere una romantica cena a lume di candela.

Anche ritagliarsi del tempo libero è  fondamentale. L’importante è non generare nell’altro sensi di colpa. Dedicare del tempo a sé stessi, infatti, rafforza la propria autonomia e la propria autostima.

Mantenere un rapporto equilibrato con le rispettive famiglie d’origine. La causa di molti litigi, infatti, avviene  a causa di dissapori con i familiari dei partner.

In alcuni casi è auspicabile che la coppia si rivolga ad un professionista per superare il momento di difficoltà.

La relazione sentimentale con una persona narcisista

narcismo

Il narcisista. Il mio preferito! Ci ho messo una vita a capire che fosse un disturbo di personalità. Per molto tempo ho creduto che parlare sempre e solo di sé fosse una grande qualità e ammiravo l’abilità di far ruotare la conversazione unicamente sulle proprie doti e quando mi capitava di uscire con uno così, passavo la serata ipnotizzata dai suoi monologhi autoreferenziali”

Così una paziente descrive l’inizio di una relazione con un uomo narcisista.

Chi è il narcisista?

La persona con tratti narcisistici ha spesso molti ammiratori poiché possiede un’apparente grande sicurezza e fiducia in se stessa che la rendono attraente e affascinante. E’ spesso una persona manipolatrice, ipocrita, arrogante, autocentrata e bisognosa di una “pubblico” che l’ammiri per raggiungere la massima soddisfazione. Non è capace di amare, non per cattiveria, ma perché “non vede” l’altro: ogni gesto, parola, situazione deve essere tale da metterla al centro dell’attenzione con l’obiettivo di catalizzare l’interesse di tutti.  Presuntuosa e poco tollerante alle critiche altrui, può rispondere con comportamenti aggressivi e violenti.

Come si caratterizza la relazione amorosa con un narcisista?

Al di là dello splendido impeto iniziale, è raro che chi sta a fianco di un narcisista si senta amato, compreso, supportato: un partner narcisista userà la persona con cui è in relazione per dar forza a se stesso.  Attraverso la manipolazione affettiva, cattura la sua preda coprendola inizialmente di attenzioni e di lusinghe. Tuttavia, tale atteggiamento ha solo lo scopo di polarizzare l’attenzione su di se e sul proprio bisogno di essere ammirato e desiderato. Così, se all’inizio il narcisista veste le sembianze del “principe azzurro”, ben presto rivela la sua vera natura di persona egoista e manipolatrice.  La dura realtà è che tutto ciò che fa ha solo delle mire egoistiche, ossia serve a costruire l’immagine di sé che lui vuole vedere nello specchio.

Difficilmente sarà in grado di confrontarsi: durante una discussione ogni tentativo di illustrare il proprio punto di vista e/o i propri bisogni o desideri sarà vano. Anzi, ogni tentativo in tal senso condurrà il narcisista  a riprendersi tutto ciò che aveva finto di provare durante la fase di corteggiamento colpevolizzando,  denigrando e rendendo il partner sempre più insicuro che, nel frattempo, perderà ogni dignità nel vano tentativo di “riavere” la persona conosciuta inizialmente e di cui si è innamorata.

La persona narcisista ha bisogno di avere sempre il controllo della situazione e non si lascia mai coinvolgere sentimentalmente per non cadere vittima del potere dell’ altro. L’intimità prolungata con il partner risveglia le sue paure primordiali di essere rifiutata, imprigionata, costretta a rinunciare alla propria libertà, ansie da cui il narciso si difende, fuggendo dalla relazione. Il suo continuo bisogno di essere desiderato lo condurrà a cercare le attenzioni, reali o virtuali, di altri partner.

Il narcisista non ama vedere soffrire: il  dolore dell’altro gli ricorda troppo la sua sofferenza interiore che in tutti i modi cerca di reprimere. Perciò non contate sul di lui durante un periodo di malattia o durante un momento di crisi esistenziale.

Per questi motivi è importante conoscere ed essere consapevoli delle modalità tipiche della personalità narcisista ed essere pronti alle possibili/probabili conseguenze di questa relazione.

Il feticismo

feticismo

Il termine parafilia deriva dal greco “para” (presso) e “philia” (amore) e definisce comportamenti sessuali devianti. Il problema  è tuttavia  quello di  tracciare una linea tra normalità e patologia. Il parametro attendibile per misurare il fenomeno della perversione da un punto di vista clinico non è il grado di deviazione dalla norma sessuale ma il soddisfacimento: le perversioni si caratterizzano come tali perché non posso essere mai soddisfatte. Infatti, secondo la Psicologia del Sé, le perversioni sarebbero un meccanismo difensivo, perennemente insoddisfacente e pertanto reiterabile all’infinito, dove la sessualità viene utilizzata come un tentativo per contrastare un Sé deficitario, dovuto a gravi carenze delle figure genitoriali nella risposta a bisogni fondamentali del bambino.

La diagnosi di perversione all’interno della nostra società rimanda a due forme principali:

  • perversioni dell’atto: la perversione si esprime nella forma, per cui si tratta di deviazioni sessuali che sostituiscono il coito con una pratica di altro tipo.
  • perversioni dell’oggetto: pratiche sessuali in cui si verifica uno spostamento dell’oggetto o della meta; deviazioni che sostituiscono il partner, anche attraverso autoerotismo.

Le Parafilie sono definite dal DSM-IV come fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente che riguardano: 1) oggetti inanimati, 2) sofferenza e/o umiliazione di se stessi o del partner o 3) di bambini o altre persone non consenzienti, che si manifestano per un periodo di almeno sei mesi. Il comportamento, impulso o fantasia sessuale causa un disagio clinicamente significativo nell’area sociale, professionale o in altre importanti aree di funzionamento del soggetto.

In termini clinici il feticismo è una parafilia, e il suo esordio è solitamente in adolescenza, sebbene il feticcio possa avere acquisito una particolare significato già nella fanciullezza. E’ una variabile clinica significativa solo quando il desiderio feticistico interferisce con il funzionamento sessuale normale dell’individuo.

Il termine feticcio deriva dalla parola fetisio, coniata nel XV secolo dai coloni portoghesi per descrivere gli oggetti inanimati che le popolazioni dell’attuale Nuova Guinea adoravano come divinità.

Si definisce feticista la persona che, durante un periodo di almeno sei mesi, ha fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente che comportano l’uso di oggetti inanimati (i feticci); queste fantasie causano disagio clinicamente significativo e compromissione  dell’are sociale, lavorativa o di altre importanti aree del funzionamento. Consistente nello spostamento della meta sessuale dalla persona viva nella sua interezza ad un suo sostituto, come una parte del corpo stesso, una qualità, un indumento o un qualsiasi altro oggetto. Molto spesso i feticci sono mutande, reggiseno, calze, scarpe, stivali che il feticista tiene in mano mentre si masturba, vi si strofina contro, odora, oppure che può chiedere di indossare al partner durante i rapporti sessuali. Attraverso il feticcio si esprime il desiderio onnipotente di controllare, ispezionare, indagare.

Il profilo psicologico dello stalker

stalking

Stalking letteralmente significa “inseguire” e definisce un campionario comportamentale che include telefonate e lettere anonime, pedinamenti e appostamenti, minacce e aggressioni, intrusioni continue nella vita privata e lavorativa; questi comportamenti assumono carattere ossessivo. In definitiva, identifica una sistemica violazione della libertà personale.

Il profilo psicologico dello Stalker

Il persecutore può agire spinto dal desiderio di avvicinare una persona famosa, per desiderio di recuperare il partner perduto, per cominciare una nuova relazione di amicizia e amore, oppure per desiderio di vendetta; la persecuzione può estendersi anche ai familiari e/o conoscenti.

Qualunque sia la motivazione, lo stalker (persecutore) diviene schiavo del proprio progetto, tanto da non riuscire a decodificare correttamente le risposte altrui. Una ricerca australiana ha identificato cinque tipologie di stalker, basandosi sulle motivazioni:

  • Il respinto;
  • Il bisognoso d’affetto;
  • Il corteggiatore incompetente;
  • Il risentito:
  • Il predatore.

 

Ad esempio l’obiettivo del “risentito” è quello di vendicarsi di un danno o un torto subito, è guidato da un piano punitivo attraverso cui giustifica i propri comportamenti; ciò che lo rinforza è la sensazione di potere e di controllo.

Il “respinto” ha come obiettivo la riconciliazione con un ex-partner o con un partner attuale che vuole interrompere la relazione, oppure desidera la vendetta. La persecuzione riproduce una relazione la cui rottura viene vissuta dallo stalker come un grave disagio, un’umiliazione intollerabile, la rinuncia del partner è intesa come la perdita del controllo di una parte di sé.

Il delirio erotomane, è una forma amplificata del “bisognoso d’affetto”; l’erotomane non accetta di non essere ricambiato, il suo amore si basa su una fissazione totalizzante.

Il “corteggiatore incompetente” non riesce invece ad entrare in sintonia con l’altro a causa della propria incapacità nell’avvicinamento.

Il “predatore” ha come scopo un rapporto sessuale con la vittima, egli prova soddisfazione e senso di potere nella pianificazione dell’agguato.

E’ fondamentale, quindi, non sottovalutare i comportamenti persecutori di cui si è vittime e, soprattutto, rivolgersi a dei centri antiviolenza che possano aiutare la persona ad affrontare ogni aspetto del problema, sia da un punto di vista psicologico che legale.

 

 

L’autolesionismo

autolesionismo

L’autolesionismo è da tempo oggetto di discussione fra gli psichiatri. Per ora la definizione più utilizzata è quella di azioni intenzionali, ripetute, a bassa letalità, che alterano o danneggiano il tessuto corporeo senza alcun intento suicida cosciente. In questa definizione rientrano quattro tipi di comportamento autolesivo, che sono differenti non solo per la modalità con cui viene provocato il danno, ma anche per le motivazioni che stanno alla base del comportamento e per le associazioni con altre patologie psichiatriche.

Nell’autoavvelenamento (self-poisoning) rientrano comportamenti che vanno dall’overdose di farmaci all’ingestione di sostanze tossiche, fino all’iniettarsi sostanze pericolose: un disturbo vicino al comportamento suicidario.

L’automutilazione invece di solito ha un’origine psicotica. Viene meno la consapevolezza del proprio corpo e manca la coscienza della malattia stessa. Si verifica perlopiù nei casi di schizofrenia grave e non esistono cause esterne alla patologia.

L’autodanneggiamento (self-harming) è caratterizzato dalle c.d. condotte a rischio: comportamenti che indirettamente hanno effetti dannosi per la salute, come il gioco d’azzardo patologico, la guida pericolosa, l’abuso di stupefacenti o di alcolici.

L’autoferimento consiste nel procurarsi tagli, bruciature e altre lesioni. La modalità più diffusa è quella dei cutter, che si procurano tagli sulle braccia, sulle gambe, a volte sull’addome. Gli strumenti sono gli utensili domestici: coltelli, forchette, lamette. Alcuni cominciano ad autoferirsi a causa di perdite affettive importanti: abbandoni che possono essere reali, ma anche immaginari, nel senso che alcune volte la perdita è vissuta soltanto a livello interiore: pensano ad una persona per loro importante li stia lasciando, ma spesso è solo una percezione distorta. Solitudine, sensazione di vuoto, senso di colpa e di impotenza fanno spesso la cornice al disturbo. Subito dopo essersi tagliate queste persone possono provare un sollievo temporaneo, che dura fino a quando un’altra sensazione negativa farà scattare nuovamente la molla. Altri vivono, invece, una sensazione di estraneità, fatta di alienazione dal proprio corpo. Il dolore e il sangue che esce dal corpo li fanno sentire vivi, si procurano ferite per sentirsi persone reali. Hanno bisogno di provare sofferenza per affermare la propria esistenza. Per altri ancora, è una valvola di sfogo, una via attraverso cui espellere tutte le sensazioni negative che sentono di avere in corpo.

A sua volta l’autoferimento può essere impulsivo, compulsivo o stereotipico. Nel primo caso a dominare è l’intermittenza dell’evento, che può essere tagliarsi, bruciarsi o colpirsi. Con il passare del tempo il disturbo può ripetersi, fino a diventare una vera dipendenza. Nell’autolesionismo compulsivo invece domina il rito. Certi comportamenti sono ripetuti, e possono presentarsi anche più volte al giorno. Questo perché il pensiero di ferirsi è un’ossessione che diventa più forte nei momenti di stress. L’autoferitore spesso tenta di resistere, senza riuscirci. L’autoferimento stereotipico, infine, è tipico di gravi ritardi mentali e dell’autismo. Il gesto è compiuto indipendentemente dal contesto. In genere, questo comportamento è caratterizzato da movimenti ripetuti, come battere la testa ripetutamente contro un muro.

L’autolesionismo è spesso associato al disturbo borderline di personalità, una patologia che impedisce di avere relazioni stabili di amicizia o amore. Un’altra associazione frequente è quella con i disturbi dell’alimentazione, in particolare con la bulimia.

Molti autolesionisti soffrono poi di alessitimia, cioè l’incapacità di esprimere emozioni. Sembra che sia proprio questa impossibilità di comunicare i propri sentimenti di rabbia a scatenare l’autoferimento: sentono il bisogno di chiedere aiuto, oppure di protestare per un disagio che stanno vivendo, ma non trovano una via efficace per comunicarlo. E’ una forma distorta di relazione con gli altri: vogliono richiamare l’attenzione di qualcuno che sta loro a cuore ma non ci riescono. Si sentono ignorati. Molto spesso poi  posso esserci sentimenti di ostilità verso se stessi.

Categories: psicopatologia

Affidamento condiviso e valutazione delle capacità genitoriali

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La recente legge sull’affidamento condiviso (8 febbraio 2006 n. 54) sottolinea in primis il concetto di bigenitorialità allargata, intesa come necessità di ampliare la prospettiva di frequentazione e rapporto da parte del minore con entrambi i gruppi familiari (art. 155 c.c., 1° comma: “Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare i rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”). Ciò presuppone una sempre maggiore necessità di approfondire le definizioni relative al concetto ancora generico di “capacità genitoriali”.

La Consulenza Tecnica d’Ufficio viene generalmente richiesta:

  • dal giudice quando la coppia genitoriale, e non più coniugale, non è in grado di accordarsi relativamente alla gestione dei figli che diventano oggetti di contesa nei conflitti genitoriali;
  • dal magistrato quando dal colloquio con i coniugi si rende conto della presenza in uno o in entrambi di anomalie nell’organizzazione mentale più o meno gravi che incidono o potrebbero incidere sullo sviluppo psico-evolutivo del minore;
  • su richiesta di uno dei genitori, che adduca un disturbo mentale dell’altro sia come causa del fallimento del rapporto coniugale, sia come motivo per avere l’affidamento della prole (prendendo spunto dall’art. 155 bis della stessa legge, in cui si afferma la necessità dell’affidamento esclusivo allorchè “Il giudice può disporre l’affidamento dei figli ad uno solo dei genitori qualora ritenga con provvedimento motivato che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore”).

L’obiettivo della Consulenza sarà dunque quello di valutare la presenza e la gravità del disturbo (nevrosi, psicosi, disturbi di personalità, ecc.) e le capacità genitoriali; inoltre il consulente offre al giudice tutte quelle ulteriori notizie ed informazioni utili al fine di costruire la personalità dei genitori e l’ambiente familiare, precisandone, eventualmente, in quale misura il disturbo mentale riscontrato influisce sulle capacità educative, suggerendo le soluzioni più adeguate ai fini dell’affidamento della prole. In base al quadro psicologico delineato dal consulente, il giudice può adottare vari provvedimenti di affidamento della prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa.

In presenza di un disturbo mentale grave, ad esempio, che limiti o escluda fortemente la capacità educativa di uno dei genitori, l’affidamento del minore all’altro si impone come scelta obbligata. Nel caso sia presente un disturbo lieve, che non incida sulla capacità genitoriale di crescere ed educare il figlio, lo stesso non rappresenta una controindicazione all’affidamento. Anche a fronte di una conflittualità al momento non diminuita, interviene la necessità di valutare le capacità genitoriali, per poter stabilire, al di la della psicopatologia conclamata, quando è possibile che un genitore non agisca direttamente a favore del figlio, ma al contrario possa procuragli difficoltà e, infine, disturbi di natura psicopatologica.

Naturalmente, nei casi in cui le capacità genitoriali di uno dei due genitori fossero diminuite o compromesse, creando danneggiamenti sulla prole, è ancora previsto l’affidamento esclusivo (art. 155-bis).

Nei maggiori e più importanti tribunali italiani i giudici tendono a dare l’esclusivo solo in casi gravi, ovvero quando vi sono malattie psichiche o tossicodipendenze, o comunque quando emergono situazioni di grave pericolo per il minore, oppure in alcuni casi in cui i genitori abitano in città molto lontane fra loro.

Il danno esistenziale da bullismo

bullismo

Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni. Un’azione viene definita offesnsiva quando una persona infligge intenzionalmente o arreca un danno o un disagio a un’altra.”  (Olweus, 1996).

Il bullismo quindi non è riferibile ai normali conflitti o rivalità tra ragazzi, tipici dell’età adolescenziale, ma piuttosto a vere e proprie prepotenze preordinate, oppressioni che con aggressività sistemica, con continue violenze fisiche, verbali e psicologiche, vengono costantemente imposte su soggetti più deboli ed incapaci di difendersi riducendoli spesso ad una condizione  di soggezione, disagio psichico, isolamento ed emarginazione nei confronti di tutto il gruppo classe e, in casi più gravi, di tutta la scuola. E’ possibile individuare alcune caratteristiche che differenziano il bullismo dai comportamenti prevaricatori che possono normalmente avvenire tra coetanei:

  • L’intenzione volontaria e cosciente di arrecare danno all’altro, mediante azioni offensive attuate sia mediante il contatto fisico, sia a parole;
  • Evidente soddisfazione nel perseguitare la vittima prescelta, specie quando quest’ ultima accusa evidente sofferenza psicologica e  sentimenti di angoscia;
  • Riduzione della stima di sé e maggiore propensione alle vessazioni nella vittima a causa delle continue e ripetute umiliazioni subite, che la conducono a non rivelare agli insegnanti e genitori gli episodi che la vedono coinvolta, proprio perché teme ritorsioni e vendette.

Non si dovrebbe quindi  parlare di bullismo quando i ragazzi che, rimangono coinvolti in un  contrasto, non insistono oltre un certo limite per imporre la propria volontà, quando sono in grado di spiegare il perché del loro conflitto, manifestare le proprie ragione, scusandsi e cercare situazioni accomodanti, di cambiare tematica ed infine di allontanarsi.

Per chi vive delicati momenti evolutivi, il rischio che comportamenti a rischio si strutturino e si sistematizzino in un vero e proprio disagio esistenziale è comunque elevato, soprattutto se l’adolescente si trova già in una situazione psicologica difficile e non incontra risposte adeguate dall’ambiente circostante.

E’ questo sicuramente il caso sia del bullo che della vittima.

Alcuni studi compiuti sulle vittime evidenziano, da un punto di vista psicologico, un maggior numero di episodi depressivi rispetto alla media, un stima di sé più bassa, un’alta percentuale di abbandoni scolastici, difficoltà lavorative ed un maggior numero di suicidi; da un punto di vista fisico invece, si riscontrano un’incapacità a fronteggiare situazioni di aggressività verbale o fisica e la tendenza a somatizzazioni più o meno gravi (mal di testa, mal di stomaco, attacchi di panico, etc).

Volendo considerare il danno esistenziale come “la somma di ripercussioni relazionali di segno negativo” (Cendon, Ziviz, 2000), è indubbio come esso possa ritenersi diagnosticabile non solo nella relazione bullo-vittima, ma anche in chi vive intorno a loro (genitori, alunni, insegnanti).