Categoria: benessere psicologico

Il lutto

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Cos’è il lutto?

Il lutto può essere definito come un sentimento di intenso dolore causato dalla perdita di una persona cara.

Questo sentimento può scaturire a seguito della morte di qualcuno ma anche dopo la fine di una relazione amorosa, a diversi gradi di intensità.

 

Come si elabora il lutto?

Non esiste un modo “giusto o sbagliato” di affrontare il lutto: ognuno lo vive in modo del tutto personale. Tuttavia, l’esperienza clinica ci suggerisce che le persone in grado di affrontare la perdita e l’abbandono in modo efficace, sono quelle che passano attraverso le c.d. “cinque fasi del lutto” (Kubler- Ross, 1975):

I. Negazione

In questa prima fase, che generalmente si manifesta subito dopo la scomparsa della persona cara, chi ha subito la perdita si rifiuta di accettarla: può, ad esempio, parlare al presente come se la persona scomparsa potesse tornare da un momento all’altro; può comportarsi come se nulla fosse successo, ad esempio, apparecchiando la tavola o cucinando per la persona scomparsa. Si tratta di  sentimenti di shock e stordimento comunemente riscontrati in chi subisce un lutto: la realtà è talmente intollerabile da essere negata.

II. Patteggiamento

E’ la fase in cui l’abbandono non viene più negato: la persona  comincia a sperare nel ritorno della persona scomparsa poiché il dolore è talmente forte da non riuscire ad accettarne la perdita definitiva.

III. Rabbia

E’ la fase in cui la rabbia prende il sopravvento: ogni tentativo di riavere indietro il proprio caro fallisce. La rabbia può essere diretta contro la persona scomparsa, colpevole di averci abbandonato, oppure verso noi stessi per non essere riusciti ad impedirne la scomparsa. La rabbia, in questa fase, ha la funzione di coprire il sentimento di profonda tristezza associato alla perdita che ancora non si è in grado di accettare.

IV. Depressione

E’ la fase in cui prevale una profonda tristezza per l’abbandono e l’inevitabilità della perdita. Sono comunemente riscontrati sentimenti di solitudine, sconforto e di apatia.

V. Accettazione

E’ la fase in cui si comincia pian piano a riorganizzare la propria vita: la perdita viene gradualmente accettata ma al contempo ci si concede di gioire ancora della vita; i ricordi del caro scomparso continuano a vivere nel cuore di chi lo ha amato.

 

Un lutto adeguatamente elaborato comporta che vengano attraversate tutte le fasi. E’ inoltre comunemente riscontrata l’oscillazione fra una fase e l’altra. Quando si instaura la cronicizzazione di una o più  fasi, si parla di  “lutto patologico”, ovvero dell’incapacità di accettare la perdita di un proprio caro.

Strategie per affrontare la depressione

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Cos’è la depressione? 

La tristezza è lo stato d’animo per liberarsi del quale è generalmente richiesto uno sforzo maggiore. Non è tuttavia opportuno sfuggire a qualsiasi tipo di tristezza; anch’essa, come ogni stato d’animo, ha i suoi aspetti positivi: mette un freno al nostro interesse per le distrazioni e i piaceri, fissa l’attenzione su ciò che abbiamo perduto, e – almeno per il momento – ci sottrae l’energia per intraprendere nuove imprese. In breve, essa instaura una sorta di ritiro riflessivo dalla occupazioni frenetiche della vita, lasciandoci in uno stato di sospensione che ci consente di elaborare il lutto per la perdita, di meditare sul suo significato, di adeguarci psicologicamente a essa e, infine, di fare nuovi progetti che ci consentiranno di sopravvivere.

Il senso di privazione è utile; la depressione completa no. La tristezza è uno stato d’animo di gran lunga più comune e che, in corrispondenza del limite superiore, sconfina in quella che viene definita “depressione subclinica”, ovvero la comune malinconia. Si tratta di un tipo di sconforto che l’individuo riesce a gestire da sé, purché abbia le risorse interiori per farlo. Purtroppo, alcune delle strategie alle quali si ricorre più spesso per vincere questo stato d’animo possono fallire, lasciando l’individuo in condizioni peggiori di prima. Una di queste strategie consiste semplicemente nel starsene da soli – una scelta spesso invitante per chi si sente giù di morale; altrettanto spesso però essa non fa altro che aggiungere alla tristezza un senso di solitudine e di isolamento. Questo può in parte spiegare come mai alcune ricerche hanno evidenziato che la tattica più diffusa per combattere la depressione è la socializzazione: andar fuori a mangiare, a vedere una partita o al cinema, insomma, fare qualcosa con gli amici o i familiari. Questa strategia funziona bene quando il suo effetto netto è quello di liberare la mente dell’individuo dalla sua tristezza. Ma se egli si serve dell’occasione di socializzare solo per rimuginare ulteriormente su ciò che ha provocato lo scoramento, questa strategia non farà che prolungare il suo stato. In effetti, il grado in cui l’individuo continua a rimuginare sulla propria depressione è uno dei principali fattori che determinano se il suo stato persisterà o andrà via dissipandosi. Il continuo preoccuparsi su ciò che ci deprime, non fa che rendere la depressione ancora più intensa e prolungata. Uno dei motivi che spiegano l’utilità della distrazione sta nel fatto che i pensieri del depresso sono automatici, e si insinuano nella sua mente senza essere stati in qualche modo sollecitati.

Strategie per tirarsi su

Il pianto potrebbe essere un modo naturale per abbassare i livelli delle sostanze chimiche che innescano la sofferenza a livello cerebrale. Sebbene il pianto possa a volte interrompere un attacco di tristezza, esso può anche lasciare l’individuo ossessionato sui motivi della disperazione.  L’idea di un “bel pianto” è fuorviante: il pianto che rinforza la tendenza a rimuginare non fa che prolungare l’infelicità.

Le distrazioni più efficaci sono quelle che modificano l’umore: un evento sportivo entusiasmante, un film divertente, ecc.

Un altro metodo è costituito dall’attività fisica, efficace in quanto modifica lo stato fisiologico causato dallo stato d’animo negativo: la depressione è caratterizzata da un basso grado di attivazione fisiologica, e la ginnastica aerobica, ad esempio,  pone invece l’organismo in uno stato di forte attivazione.

Un’altra tecnica efficace per sollevarsi il morale è quella di prepararsi un piccolo trionfo o un facile successo: affrontare un lavoro di casa a lungo rimandato o sbrigare qualche altra incombenza della quale si desidera liberarsi. Per lo stesso motivo, tutto quanto contribuisce  a migliore l’immagine di sé ha un effetto rasserenante, anche se si tratta solo di vestirsi bene o di truccarsi.

Un altro antidodo molto diffuso contro la depressione, è quello di tirarsi su con il cibo e altri piaceri sensuali, dai bagni caldi al mangiare cibi preferiti, dall’ascolto della musica, al sesso. Il problema legato all’uso del cibo o dell’alcol come antidoti sta ovviamente nella probabilità che essi falliscono: il troppo mangiare scatena sensi di colpa; l’alcol, poi, ha un effetto depressivo sul sistema nervoso centrale, e pertanto si rivela un rimedio peggiore del male. Una famosa citazione recita “ è inutile affogare i dispiaceri nell’alcol, alcuni di loro sanno nuotare benissimo”.

Uno degli antidoti più potenti contro la depressione è il reinquadramento cognitivo, ossia il cercare di considerare la situazione in modo diverso. Per esempio, è’ naturale piangere per la fine di una relazione; tuttavia, indugiare nell’autocommiserazione, ad esempio dicendo a se stessi “ciò significa che resterò sempre solo/a”rende sicuramente più profondo il senso di disperazione. Un buon antidoto contro la sofferenza per la fine di una relazione amorosa consiste, invece, nel fare, per così dire, un passo indietro e nel pensare a tutti quegli aspetti della relazione che lasciavano a desiderare e nei quali voi e il vostro partner non eravate molto ben assortiti.

Un’altra strategia efficace per sollevare il morale è quella di aiutare altre persone in difficoltà. Poiché la depressione è alimentata da pensieri e preoccupazioni riferiti a sé, nel momento stesso in cui empatizziamo con altre persone sofferenti e le aiutiamo, ci sentiamo sollevati.

Nell’ambito della terapia, la riflessione profonda sulle cause delle propria depressione può essere utilissima, purché porti ad un buon livello di comprensione di se stessi,  ad azioni che modificano le cause della depressione.

 

 

L’ottimismo: il grande fattore motivante

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Chi sono gli ottimisti?

Essere ottimista, come pure essere inclini alla speranza, significa nutrire forti aspettative che, in generale, gli eventi della vita volgeranno al meglio nonostante i fallimenti e le frustrazioni. Dal punto di vista dell’intelligenza emotiva, l’ottimismo è un atteggiamento che impedisce all’individuo di sprofondare nell’apatia o nella depressione e di scivolare nella disperazione di fronte a situazioni difficili. Come nel caso della speranza, che è sua stretta parente, l’ottimismo si rivela fonte di grandi vantaggi (purchè, naturalmente, si tratti di un ottimismo realistico; un ottimismo troppo ingenuo può essere disastroso).

Come funziona il pensiero ottimista?

Alcuni autori definiscono l’ottimismo sulla base del modo in cui gli individui spiegano a se stessi i propri successi e i propri fallimenti. Gli ottimisti attribuiscono il fallimento a dettagli che possono essere modificati in modo da garantirsi buoni risultati nei futuri tentativi, mentre i pessimisti si assumono di persona la colpa dell’insuccesso, attribuendolo ad aspetti o circostanze durevoli che essi non hanno la possibilità di modificare. Queste diverse spiegazioni si ripercuotono profondamente sul modo in cui le persone reagiscono agli eventi della vita. Ad esempio, di fronte a una delusione (come il vedersi rifiutato per un lavoro) gli ottimisti tendono a reagire attivamente e con un atteggiamento pieno di speranza, formulando un piano d’azione e cercando l’aiuto e il consiglio di qualcuno; essi considerano l’insuccesso come qualcosa alla quale si può rimediare. I pessimisti, invece, reagiscono a tali fallimenti dando per scontato il fatto di non poter far nulla affinchè le cose vadano meglio la volta successiva; costoro pertanto  non fanno nulla per risolvere il problema e attribuiscono l’insuccesso a qualche carenza personale che li affliggerà a lungo.

Perché alcune persone ottimiste ed altre pessimiste?

La forma mentis positiva o negativa può benissimo dipendere dal temperamento innato; alcune persone tendono per natura verso l’uno o l’altro atteggiamento. Il temperamento però può essere modificato dall’esperienza. L’ottimismo e la speranza – -proprio come il senso di impotenza e la disperazione – possono essere appresi. Alla base di entrambi c’è una visione che gli psicologi chiamano self-efficacy, ossia la convinzione di avere il controllo sugli eventi della propria vita e di poter accettare le sfide nel momento in cui esse si presentano. Lo sviluppo di una competenza di qualunque tipo rafforza questa sensazione aumentando la disponibilità dell’individuo a correre rischi e a tentare imprese sempre più difficili. A sua volta, il superare queste difficoltà, aumenta il self-efficacy. Questo atteggiamento aumenta le probabilità che gli individui facciano miglior uso delle proprie capacità – o che facciano quanto è necessario per svilupparle.

Rivolgiti al nostro studio per imparare ad aumentare il tuo “self-efficacy” !

Legame genitoriale e comportamento di attaccamento

STILI DI ATTACCAMENTO

Cos’è il comportamento di attaccamento?

Gli studi di Bowlby e dei suoi collaboratori hanno evidenziato come il legame iniziale che ogni bambino instaura con la propria madre dipende da un bisogno innato di entrare in contatto con gli appartenenti alla propria specie; il comportamento di attaccamento è quel comportamento che il bambino manifesta verso un adulto di riferimento, che ritiene in grado di affrontare il mondo in modo adeguato. Questo comportamento diviene evidente ogni volta che il bambino è spaventato, stanco, malato, e si attenua quando riceve conforto e cure.

Quale relazione c’è fra legame di attaccamento e relazioni interpersonali adulte?

Il senso di sé e l’autostima si formano e si costruiscono in funzione di tale relazione primaria. Inoltre il legame che il bambino sperimenta in questa relazione, modellerà i successivi legami, poiché l’individuo, nel momento del contatto con l’altro, porta con sé tutto il bagaglio delle esperienze precedenti.

Se osserviamo dei neonati interagire con adulti (madre o padre) nei primi giorni di vita, vediamo che questi neonati interagiscono con gli altri adulti con modalità notevolmente variabili da un neonato all’altro; possiamo però osservare che anche gli adulti interagiscono con i neonati con modalità assai diverse da un adulto all’altro.

Ciò che colpisce però nel comportamento dei neonati, oltre alla sua notevole variabilità, è anche il fatto che queste differenze fra neonati appaiono spesso così ben definite e consolidate da apparire “naturali”; in altri termini, i comportamenti del neonato sarebbero caratteristiche del suo temperamento. Sembra, in effetti, difficile ammettere che differenze così ben consolidate possano essere state apprese in così pochi giorni, in modo così ben definito. Per esempio, un neonato che durante l’allattamento al seno guarda costantemente il viso della madre; un altro neonato invece evita sistematicamente di guardare il viso dei genitori; alcuni neonati, infine, appena attaccati al seno chiudono gli occhi.

Quando nell’interazione l’adulto tiene il viso stabile e vicino al neonato, aumenta la probabilità che il neonato lo osservi attentamente; questa probabilità aumenta ulteriormente se interviene l’imitazione (dei movimenti della bocca, o della lingua, o dei vocalizzi), o se l’adulto parla in “madrese”. Se imitazione e linguaggio “madrese” non intervengono, l’osservazione del viso nel corso dei giorni diminuisce; il viso, inviando poca informazione, diventa banale. Se il viso è distante e/o instabile, viene evitato dal neonato.

L’essere osservato dal neonato produce intense reazioni emotive nell’adulto. Spesso gli adulti non riescono ad elaborare questi stati emotivi e mettono in atto meccanismo di difesa, che consistono in frequenti variazioni della posizione del viso, linguaggio accelerato, azioni intrusive con le mani sul viso o sulle mani del neonato, modificazioni della postura. Queste variazioni spesso inducono il neonato a distogliere lo sguardo e quindi a ridurre l’intensità della reazione emotiva nell’adulto. La presenza di meccanismi di difesa comporta tipiche distorsioni dell’interpretazione dei segnali del neonato. Per esempio: viso del neonato rivolto verso l’adulto interpretato sistematicamente come richiesta di cibo e non di comunicazione; viso del neonato evitante interpretato non come evitamento di azioni intrusive (tra cui linguaggio accelerato), ma come necessità di ulteriori “azioni” per ottenere l’attenzione del neonato, con esito di confermare l’evitamento del viso; pianto del neonato interpretato come effetto del temperamento o della fame e mai come richiesta di attenzione-comunicazione; il rifiuto del seno o del biberon interpretato non come indice di sazietà, ma di svogliatezza; gli occhi chiusi non sempre come indice di sonnolenza ma anche di noia. L’assenza di consistenti meccanismi di difesa (e quindi l’elaborazione delle emozioni) induce l’adulto a prediligere le posture che permettono la frontalità ravvicinata dei visi rispetto a quelle che la rendono difficile o la impediscono (fronte-spalla, neonato prono sulle gambe o sul braccio).

Un altro  aspetto molto interessante dell’interazione è costituito dall’interazioni delle mani. Quando il neonato tocca la mano dell’adulto, o meglio ne stringe un dito con la mano,  se ne distacca poco dopo se la mano o il dito dell’adulto resta fermo; rimane invece in contatto se si crea uno scambio di segnali caratterizzato da una reciproca presa di turno.

Quando l’adulto organizza una comunicazione “buona”, cioè sintonizzata sui segnali del neonato, è molto più facile per il neonato attribuire, attraverso le risposte dell’adulto,  un significato ai propri comportamenti. Di conseguenza il neonato acquista fiducia nella propria capacità di regolare il comportamento dell’altro, e probabilmente organizza dei suoi comportamenti quando, rifiutando il biberon o il seno per sazietà, guarda il viso dell’adulto.

Quando l’adulto di riferimento non è responsivo, non è disponibile, è incostante, i comportamenti di attaccamento (pianto, richiamo…) del bambino falliscono costantemente, il bambino è costretto a sviluppare strategie difensive che escludano queste dolorose informazioni dalla consapevolezza. L’indisponibilità dell’adulto di riferimento, da cui il bambino dipende per la sua protezione e sopravvivenza, creerà nel bambino una vulnerabilità verso la paura della perdita dell’altro.

I bambini con attaccamento sicuro risolvono i problemi evolutivi in modo adattivo. Al contrario, quelli con attaccamento insicuro mostrano difficoltà nella tarda infanzia, che includono eccessiva dipendenza, competenza sociale limitata e una minor forza dell’Io.

Ansia da prestazione sociale: dalla timidezza alla fobia sociale

fobia sociale

La timidezza è facilmente individuabile perché le principali manifestazioni, attivate dal sistema nervoso periferico, sono: rossore in viso, battito cardiaco accelerato, sudorazione, tremore, bocca asciutta, mal di stomaco nausea, ansia, variando in modo differente da individuo a individuo.
Inoltre, spesso, a livello comportamentale, la persona timida:

  • cerca di evitare il contatto visivo durante uno scambio verbale;

  • presenta una certa rigidità nella forma del comportamento sociale che si manifesta con comportamenti molto formali, che seguono l’etichetta;

  • adotta un controllo rigido delle proprie reazioni emotive;

  • ha riluttanza a dialogare, proprio perché teme di sentirsi al centro dell’attenzione;

  • ha la netta convinzione che i contenuti dei suoi discorsi siano poco interessanti.

Tutto questo lo conduce ad avere scarne relazioni sociali , poiché qualsiasi situazione esterna che lo faccia sentire al centro dell’attenzione, viene evitata. Quando la timidezza diventa patologica, abbiamo la fobia sociale.

La fobia sociale è caratterizzata da una paura marcata e persistente che riguarda le situazioni sociali che possono creare imbarazzo. L’esposizione alla situazione sociale temuta causa un’intensa reazione ansiosa, che può prendere anche la forma di un attacco di panico. In genere i pazienti riconoscono che la loro paura è eccessiva o irragionevole, tuttavia tendono a evitare la situazione temuta.

La fobia sociale può essere limitata ad alcune situazioni –  come parlare, mangiare, bere o scrivere in pubblico, affrontare una conversazione, partecipare a feste – o generalizzata. L’emozione dominante che ne sta alla base è la vergogna. Spesso i pazienti temono di non riuscire a controllare in pubblico alcune reazioni fisiologiche, come rossore, tremore, affanno, disturbi gastrointestinali o sudorazione. Questa preoccupazione può diventare motivo di ulteriore impaccio nelle situazioni sociali: concentrandosi sulle proprie risposte somatiche e sulle valutazioni negative che potrebbero ricevere, i pazienti tendono a perdere di vista i segnali reali che provengono dagli altri e rischiano di mostrarsi veramente goffi o maldestri, alimentando il timore di essere rifiutati o giudicati poco interessanti. Quando la situazione che scatena l’ansia si conclude, il tormento dei pazienti non finisce: essi tendono a rimuginare sul loro comportamento, enfatizzandone a posteriori gli aspetti negativi e potenziando così la convinzione di non essere socialmente accettabili.

Il disturbo di personalità evitante potrebbe essere considerato  una variante più grave della fobia sociale generalizzata. E’ caratterizzato da un quadro pervasivo di inibizione, sentimenti di inadeguatezza e inettitudine e ipersensibilità ai giudizi negativi che spingono l’individuo a evitare le attività lavorative che implichino un significativo contatto con gli altri, le relazioni intime, le situazioni sociali o interpersonali nuove, le attività che comportano un minimo di novità o rischio. Ripetute esperienze di sconfitta, insuccesso, fallimento e svalutazione possono generare sentimenti di paura, vergogna, umiliazione, invidia, tristezza, soprattutto se non si riesce ad accettare il proprio declassamento. I vissuti di inadeguatezza si trasformano in autodenigrazione, tipica delle sindromi depressive: il paziente ritiene di aver fallito perché “non vale nulla”. Anche la perdita di una persona affettivamente significativa può innescare la depressione, facendo sentire al paziente che i propri sforzi per ottenere l’amore idealizzato di quella persona sono stai inutili. La sofferenza dei pazienti depressi sembrerebbe legata ad una condizione di sconfitta senza esserne consapevoli e, quindi, senza potersi arrendere, cosa che alleverebbe l’intensità dei loro sintomi. L’interiorizzazione dei sentimenti di vergogna, è stata dimostrata in pazienti adulti con disturbo bipolare: i sintomi della fase di eccitamento, potrebbero essere ricondotti all’attivazione del sistema motivazionale agonistico, ma nella sua versione “vincente”. La mania è stata considerata da molti psicoanalisti come una reazione alla depressione, volta a negare con l’onnipotenza i sentimenti di dipendenza e vulnerabilità, e in alcuni casi un vissuto di vergogna può scatenare vissuti aggressivi. La vergogna, unita a collera e colpa, contribuisce a formare l’immagine negativa di sé dei pazienti affetti da disturbo ossessivo-complusivo, che tentano di tenere a bada le emozioni spiacevoli attraverso ripetuti rituali compulsivi; legata alla paura di esporre il proprio mondo interiore e di deludere gli altri, induce i pazienti con disturbi alimentari a focalizzare l’attenzione sull’aspetto corporeo; in alcune persone particolarmente sensibili, sentimenti di intensa vergogna possono costituire la base per una perdita di contatto con la realtà.

L’attivazione precoce, eccessiva o inappropriata di emozioni agonistiche nella relazione con la figura di attaccamento (figure genitoriali) predisporrebbe il bambino a vivere situazioni di umiliazione e sconfitta. I bambini con attaccamento insicuro-ambivalente, avendo sperimentato l’imprevedibilità della figura di attaccamento,tentano di mantenere con lei una vicinanza strettissima, rinunciando a qualsiasi movimento esplorativo autonomo. A livello cognitivo, per evitare l’imprevedibilità, si muovono soltanto nel conosciuto, da cui sia bandita ogni novità. Lo stile cognitivo corrispondente è quello dell’evitamento: queste persone tentano di evitare le invalidazioni, non mettendo alla prova le proprie ipotesi.Ipotizziamo che questo tipo di attaccamento generi un introietto nel bambino: “devo farmi accettare dall’ambiente”.

 

Un simile contesto relazionale, inoltre, non è in grado di fornire al bambino la consolazione e la rassicurazione necessarie per affrontare e superare i primi scontri con i coetanei: il rischio è che la personalità si organizzi con una modalità perennemente conflittuale e sempre perdente. Così l’obiettivo di una terapia dovrebbe essere quello di contestualizzare e delineare i limiti della “sconfitta”, permettendo al paziente di accettarla e relativizzarla, facendo così cessare la continua e inconsapevole resa, messa in atto in tutte le relazioni del paziente, e confutando così la sua profonda convinzione che “ogni sforzo sia inutile”.

 

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Resistere alle tentazioni: il controllo degli impulsi

impulso

Immaginate di avere cinque anni e che qualcuno vi faccia la seguente proposta: se aspetti che io ritorni da una commissione, avrai in premio due caramelle. Se non puoi aspettare, ne avrai solo una, ma subito.

Si tratta di una sfida che mette alla prova l’eterna battaglia fra impulso e repressione, desiderio e autocontrollo, gratificazione e rinvio. In queste condizioni, la scelta operata dal bambino è un valido test che offre una  interpretazione non solo del suo carattere, ma anche della traiettoria che egli probabilmente percorrerà nella sua vita.

Un importante studio ha osservato alcuni adolescenti che da  bambini furono sottoposti al test della caramella. I ragazzi che all’età di cinque anni avevano resistito alla tentazione dimostravano di possedere una maggiore competenza sociale: erano efficaci a livello personale, sicuri di sé e più capaci di tener testa alle frustrazioni della vita. Invece, i ragazzi che a cinque anni non avevano resistito alla tentazione tendevano ad avere un profilo psicologico relativamente più inquieto: essi si dimostravano timidi, testardi e indecisi, facilmente turbati dalle frustrazioni e/o paralizzati di fronte allo stress, diffidenti e risentiti perché convinti di non ottenere “abbastanza” , più inclini alla gelosia e all’invidia con tendenza ad innescare liti e conflitti. Inoltre, nonostante fossero passati diversi anni, essi erano ancora incapaci di rinviare le gratificazioni.

La capacità di frenare i propri impulsi è alla base di molti sforzi dell’adulto, dal mettersi a dieta al prendere la laurea. Alcuni bambini, anche a soli cinque anni, erano già padroni delle fondamentali tecniche di questa abilità: sapevano interpretare la situazione sociale, riconoscendo che in quel caso specifico il rinvio era conveniente; sapevano come distogliere l’attenzione dalla tentazione proprio lì di fronte a loro; e, infine, riuscivano a distrarsi senza abbandonare l’obiettivo che si erano prefissati: le due caramelle.

Il “rinvio della gratificazione autoimposto e diretto a un fine” è forse l’essenza stessa dell’autoregolazione emotiva: la capacità di negare l’impulso in vista e al servizio di un obiettivo, indipendentemente dal fatto che si tratti di un affare, di risolvere un’equazione algebrica o di aggiudicarsi la Coppa del Mondo.

L’autoregolazione emotiva è una capacita presente in ognuno di noi, che può essere sviluppata, perfezionata e trasmessa per migliorare il proprio rapporto con sé, con gli altri e con la realtà che viviamo ogni giorno.

All’origine delle nostre risorse psicologiche

risorse psicologiche

Le risorse psicologiche di cui disponiamo nella vita adulta dipendono in primo luogo dalle dotazioni primarie del nostro corpo. Nel campo della salute fisica come della salute mentale, noi possiamo affacciarci alla vita avendo ricevuto dai nostri genitori un patrimonio genetico più fortunato, tanto che se non ci verranno incontro, dall’esterno, gravi aggressioni della sorte potremo vivere a lungo sereni e in buona salute; oppure, come accade nella maggioranza dei casi, avremo ricevuto un patrimonio con qualche pecca, cioè con una predisposizione a grandi o piccoli guai: dalla predisposizione al diabete alla predisposizione alla depressione, dalla tendenza a sviluppare allergie a quella a essere troppo impulsivi, dalla predisposizione a certi tumori a quella alla demenza senile, ecc.

Nella grande maggioranza dei casi però predisposizione non significa determinazione: si può essere predisposti al diabete ma non esserne mai affetti (ad es. badando alla dieta), all’instabilità emotiva e all’insicurezza ma riuscendo a godere fin dall’infanzia di un ambiente sereno e di una vita equilibrata e priva di ansie importanti.

In secondo luogo conta l’importanza dell’infanzia: chi ha sofferto da bambino di insufficienze alimentari ne avrà conseguenze, anche sul piano psichico, per tutta la vita; se eravamo andati incontro fin da piccoli a una serie di sfortunate esperienze di abbandono, è possibile che ne abbiamo ricavato un certo tipo di aspettativa inconsapevole: cioè la convinzione che impegnarsi affettivamente è rischioso.

Eventi come questi ultimi non sono, ovviamente, patologici. Invece affinché compaiano disturbi veri e propri occorre, almeno nella maggioranza dei casi, che si realizzino somme complesse di coincidenze casuali di tipo negativo. Per esempio, se un bambino tendenzialmente nervoso e apprensivo (e anche questo può essere dovuto a fattori genetici) ha una madre che ha paura delle malattie e un padre poco valido, vi sono molte probabilità che crescerà ipocondriaco.

Una buona conoscenza delle proprie risorse, e dunque sostanzialmente della propria personalità – ivi comprese quelle fragilità che sono presenti in noi fin dall’infanzia – è un’ottima premessa per non fare troppi errori e vivere bene, e con un po’ di fortuna anche a lungo.

Facendo tesoro delle esperienze noi cerchiamo, più che altro con procedimenti a “tentativo ed errore”, di utilizzare al meglio le nostre risorse. Il risultato dipenderà fa molti fattori, fra cui anche le strategie abituali. E’ giusto ritenere che una dose di realistica accettazione della realtà debba informare il modo in cui ciascuno considera il proprio passato: ovvero i successi e gli insuccessi della propria vita. Riguardando a episodi cruciali, ognuno sa che ha compiuto talora degli errori, e si dice che forse al momento buono una variabile minimale avrebbe potuta dare ben altro corso, e più felice, alla sua esistenza. D’altro canto, sa che in quel momento aveva anche fatto, letteralmente, ciò che poteva: nulla di più e nulla di meno. Le circostanze, insomma, erano quelle. Questa problematica assume un significato particolare quando ci chiediamo se esistono fattori specifici e ricorrenti, che tendano a impedire alla persona di funzionare in modo adeguato: per esempio abitudini sciatte e male apprese, successioni di errori mal esaminati nelle loro cause. E così, ci possiamo anche chiedere cosa fare, dopo esserci soffermati a riflettere sulla nostra esperienza passata, per migliorare l’utilizzazione delle risorse di cui disponiamo.

Gli attacchi di panico

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Cos’è un attacco di panico?

Un attacco di panico si ha quando una persona diventa in breve tempo molto spaventata o molto ansiosa o molto a disagio in una situazione nella quale la maggior parte delle persone non proverebbe paura o malessere.

Quali sono i sintomi di un attacco di panico?

Durante l’attacco di panico si possono avere i seguenti sintomi: respiro affannoso, palpitazioni, vertigini, senso di costrizione o dolore al torace, nausea o nodo alla gola, sudorazione, tremori, tensione muscolare, visione annebbiata, impressione di non riuscire a pensare chiaramente o di non riuscire a parlare, paura di morire e/o di perdere il controllo e/o di comportarsi in modo bizzarro. Quindi il primo passo importante è imparare a riconoscere i sintomi di un attacco di panico.

Il primo attacco di panico si manifesta di solito in presenza di una forte pressione emotiva o quando si è malati fisicamente o quando si è stanchi ed esauriti e si è molto depressi.

Mentre alcune persone colpite da attacchi di panico non cambiano in modo evidente il loro modo di vivere, altre cominciano ad evitare determinate situazioni per paura di averne uno. Si parla in questi casi di evitamento . Le situazioni più frequentemente evitate sono luoghi affollati, spazi aperti, autobus, treni, spazi chiusi e posti lontani da casa o dove comunque è difficile chiedere aiuto.

Chi ha un attacco di panico, poiché si rende conto che non è ragionevole che la situazione esterna provochi tanta ansia, inizia a pensare che la causa sia lui stesso, e comincia ad aver paura di avere un attacco di cuore o addirittura di morire o paura di perdere il controllo.

Fra le cause degli attacchi di panico, oltre la presenza di situazioni molto stressanti, ci sono l’iperventilazione (respirazione eccessiva) e la personalità individuale. Molti di coloro che ricorrono allo specialista per un attacco di panico si considerano nervosi, sensibili ed emotivi, ovvero sono persone più vulnerabili alle situazioni stressanti.

Come si curano gli attacchi di panico?

Ai primi segnali di ansia o panico (sintomi sopra indicati) può essere utile utilizzare la tecnica della respirazione lenta. Tuttavia per imparare a restare calmi e impedire che l’ansia e la paura arrivino al panico è necessario uno specifico programma di trattamento, disponibile anche presso il nostro studio.

 

 

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Il pensiero funzionale: l’arte di fronteggiare le difficoltà

cognitivo

Spesso ciò che ci fa stare male non sono gli avvenimenti esterni, ma il nostro modo di interpretare e giudicare quello che ci accade. I pensieri negativi associati agli eventi sono spesso frutto di “credenze irrazionali”, ovvero idee generatrici di malessere e illusorie.

Fra le credenze irrazionali più diffuse ai nostri giorni troviamo:

“Ho bisogno di avere accanto una persona che mi ami, altrimenti la mia vita sarebbe triste”;

“Devo avere una casa di proprietà, altrimenti sono un maledetto fallito morto di fame”

“Devo essere qualcuno nella vita, sfruttando sempre al meglio le mie qualità e capacità, altrimenti non valgo niente”

Queste ed altre credenze irrazionali spesso danno origine ai c.d. conflitti nevrotici. In realtà nessuna delle cose presenti in questa lista è necessaria: né un partner, né un lavoro sicuro o prestigioso, né una casa di proprietà. Si tratta certamente di preferenze e obiettivi legittimi, ma non condizioni indispensabili per la felicità.  Diciamo che queste idee sono credenze irrazionali perché si tratta di ‘”esigenze infantili”, “doveri inflessibile”  e poco realistico (assomigliano ai capricci di un bambino che batte i piedi perché vuole che la madre gli compi le caramelle gridando “le voglio, le voglio!”).  Quando siamo vulnerabili a livello emotivo, siamo pieni di esigenze  e quando non vengono soddisfatte, ci arrabbiamo, ci deprimiamo, diventiamo ansiosi, diamo la colpa agli altri o al mondo, o peggio ancora a noi stessi.

Quindi,  il primo passo è  individuare la credenza irrazionale e combatterla con argomentazioni convincenti ( non con semplici pensieri positivi),  mentre il secondo è formulare una credenza razionale corrispondente:

“Mi piacerebbe fare tutto bene, ma non è poi così importante per godermi la giornata”

“Sarebbe fantastico se tutto il mondo mi trattasse bene, ma posso farne a meno”

“Sarebbe bello se le cose andassero sempre come io vorrei, ma non sempre va così e lo accetto, in fondo posso essere felice comunque”

Questo non significa che non ce la prenderemo più quando ci accadrà qualcosa di negativo, ma possedere una mente razionale ci aiutare ad eliminare il malessere emotivo esagerato e invalidante.

Il segreto di tale lavoro è la perseveranza!

 

 

 

Il colloquio di selezione

colloquio selezione

Il colloquio di lavoro, specialmente in assunzione, è una situazione sociale importante nella vita delle persone. Il colloquio, nonostante gli specialisti non gli riconoscano grandi proprietà predittive, viene ampiamente utilizzato nelle aziende quando è necessario prendere delle decisioni sulla selezione e sul collocamento delle risorse umane in entrata o sull’orientamento al lavoro e sulla valutazione delle competenze per le risorse umane già presenti nell’azienda. Per il giudizio finale , almeno in parte, sembra che le decisioni dell’intervistatore siano prese più o meno consapevolmente sulla base della comunicazione non verbale (CNV) dei canditati.  Il colloquio di selezione, in quanto esempio particolare di conversazione, anche se non simmetrica (essendo un tipo caratteristico di intervista), segue, in un certo modo, regole sue proprie per quanto riguarda sia il verbale sia il non verbale. E’ importante, dunque, porre l’attenzione a questi canali di comunicazione, poiché, l’espressione non verbale è un’abilità sociale che, soprattutto nel contesto di colloquio, può essere considerata come un buon predittore della successiva riuscita nel lavoro.

 

Di seguito alcuni consigli utili:

L’abbigliamento deve essere sobrio ed elegante ma senza eccessi, adatto alla società e al ruolo (per esempio pantalone a sigaretta,  camicetta, ballerine o decolletè con tacco medio per le donne; camicia, giacca per gli uomini). Evitate eccessi anche nel make- up, che deve essere il più “naturale” possibile.

Non modificate esageratamente il vostro modo di porvi, siate voi stesse cercando semplicemente di mostrare attenzione e partecipazione costante ed attiva attraverso il contatto visivo prolungato con l’intervistatore, sorrisi frequenti, cenni del capo, gesti delle mani per accompagnare il linguaggio verbale (senza eccedere), evitando invece di toccarvi frequentemente i capelli o di giocare con oggetti presenti sul tavolo.

La postura deve essere simmetrica (portamento eretto, testa all’indietro e dritta) e protesa in avanti; in posizione seduta, evitate di mettere le gambe di lato (magari verso l’uscita della stanza) o di accavallarle insieme a braccia conserte.

Il linguaggio deve essere fluido e non troppo esitante, privo di errori grammaticali, intercalari e volgarità, mentre la voce deve essere chiara e decisa; tossire o schiarirsi la voce sono indici di un atteggiamento cauto o inibito.

Rispondete con frasi mirate alla domande “classiche” che l’intervistatore vi farà circa la vostra storia professionale, la formazione, la  vita sociale, gli  interessi e il vostro carattere. Per suscitare interesse, potete porre dei quesiti all’intervistatore sull’azienda e sui compiti associati al ruolo.

In generale la cortesia è importante così come l’educazione: arrivate puntuali, non interrompete chi parla e se dovessero presentarsi dei “qui pro quo” risolvete la tensione sorridendo.