Categoria: emozioni

La capacità di “mettersi nei panni dell’altro”: l’empatia

l'empatia

Cos’è l’empatia?

Provare un sentimento insieme ad un altro essere umano significa essere emozionalmente partecipi. In questo senso, l’opposto di empatia è antipatia. Spesso l’atteggiamento empatico entra in gioco quando si formulano giudizi morali, in quanto i problemi etici comportano la presenza di vittime potenziali.

Per non ferire i sentimenti di un amico, è giusto mentire? In quali casi si deve, ad esempio, mantenere in funzione l’apparecchiatura che tiene in vita qualcuno che altrimenti morirebbe? La capacità di provare un affetto empatico, in altre parole di mettersi nei panni degli altri, induca le persone a seguire certi principi morali.

Come si sviluppa l’empatia?

L’empatia si sviluppa i in modo naturale a partire dall’infanzia. Già a un anno di età un bambino si sente profondamente a disagio quando ne vede un altro cadere e comincia a piangere; il suo rapporto con l’altro è talmente forte e immediato ad indurlo a mettersi il pollice in bocca e a seppellire la testa nel grembo della madre, come se si fosse fatto male lui stesso. All’età di due anni, i bambini cominciano a rendersi conto che i sentimenti degli altri sono diversi dai loro, e perciò diventano più sensibili ai segnali che rivelano i sentimenti i sentimenti altrui: a questo punto, ad esempio, i bambini possono rendersi conto che il modo migliore di aiutare un altro che piange senza ferirne l’orgoglio non è certo quello di attirare un’inopportuna attenzione su di lui. Verso la fine dell’infanzia emerge il livello più avanzato di empatia; i bambini, infatti, sono ora in grado di comprendere la sofferenza anche al di là della situazione contingente, e capiscono che la condizione o la posizione nella vita possono essere causa di un o stato di sofferenza cronico. A questo punto essi possono provare sentimenti di pena per un intero gruppo, ad esempio per i poveri, gli oppressi e gli emarginati. Questa comprensione, nell’adolescenza, può portare al radicarsi di convinzioni morali centrate sul desiderio di alleviare l’infelicità e l’ingiustizia.

In qualunque tipo di rapporto, la radice dell’interesse per l’altro sta nell’entrare in sintonia emozionale, nella capacità, quindi, di essere empatici. Questa capacità, che ci consente di sapere come si sente un altro essere umano, entra in gioco in moltissime situazioni, da quelle tipiche della vita professionale – si pensi alla giornata lavorativa di un venditore o un dirigente – a quelle della vita privata – le relazioni sentimentali e i rapporti fra genitori e figli – o ancora, nella compassione e nell’azione politica. Anche l’assenza di empatia è significativa: essa si osserva nei criminali psicopatici, negli stupratori e nei molestatori di bambini.

La chiave per comprendere i sentimenti altrui sta nella capacità di leggere i messaggi che viaggiano sui canali di comunicazione non verbale: il tono della voce, i gesti, l’espressione del volto, e simili. Quando le parole di un individuo non sono in armonia con quanto egli comunica con il comportamento non verbale, la verità va ricercata nel come quell’individuo sta comunicando, non tanto in ciò che dice. Una regola empirica usata nella ricerca sulla comunicazione è che il 90% o più di un messaggio emotivo viene comunicato attraverso canali non verbali. Tali messaggi – l’ansia che traspare dal tono della voce, l’irritazione tradita dalla rapidità di un gesto – sono quasi sempre recepiti in modo inconscio, senza prestare particolare attenzione alla natura del messaggio stesso, ma semplicemente ricevendolo e rispondendogli. Le capacità che ci consentono di fare ciò più o meno efficace vengono, in massima parte, apprese in modo implicito.

La rabbia: riconoscerla e gestirla positivamente

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Cos’è la rabbia? A cosa serve questa emozione?

Di tutti gli stati d’animo che la gente desidera evitare, la rabbia sembra essere il più ostinato. Questa emozione affonda le sue radici nella reazione innata di “combattimento o fuga”: immaginate di trovarvi di fronte ad uno sconosciuto che vi minaccia con un coltello; la reazione istintiva di ognuno di noi sarebbe o quella di aggredire l’uomo al fine di disarmarlo oppure quella di scappare;  in questa situazione il sangue ci affluisce alle mani e questo rende più facile, ad esempio, afferrare l’arma; la frequenza cardiaca aumenta e una scarica di ormoni, fra cui l’adrenalina, genera un impulso di energia abbastanza forte da permettere un’azione vigorosa, ad esempio fuggire via velocemente. Nella situazione sopra illustrata, quindi, la nostra reazione fisiologica è generata da una sensazione di pericolo.

Il segnale di pericolo può venire non solo da una minaccia fisica reale, ma anche, anzi più spesso, da una minaccia simbolica all’autostima o alla dignità della persona, ad esempio quando essa è umiliata, frustrata, insultata, raggirata, ecc.

La rabbia è un’emozione negativa? Come  può essere gestita?

Esiste una differenza importante fra l’essere arrabbiati ed esprimere questa rabbia in maniera violenta e distruttiva. Avvertire rabbia nelle circostanze appropriate, ad esempio quando qualcuno vi insulta senza motivo o denigra ingiustamente un vostro lavoro, è qualcosa di normale che non risulta quasi mai dannoso. E certamente è possibile darle espressione in maniera non violenta, ad esempio affermando chiaramente di essere appunto arrabbiati. Una simile affermazione è un modo di esprimersi e serve ad alleviare la tensione e far sentire meglio la persona arrabbiata. Inoltre, all’atto di esprimere questi sentimenti fra amici o conoscenti in maniera limpida, aperta e non punitiva, può contribuire ad una maggiore comprensione reciproca e un rafforzamento dell’amicizia. Possiamo affermare che questo comportamento sia un’opzione ragionevole capace di produrre benefici superiori rispetto al dare in escandescenze o soffrire in silenzio tenendosi tutto dentro.  Infatti che in presenza di stress emotivo, è possibile provare giovamento nel rivelare tale emozione ad un’altra persona. Gli effetti positivi dell’ “aprirsi” non sono dovuti semplicemente allo sfogare i sentimenti, ma almeno parzialmente a quella intuizione e consapevolezza di sé che in genere accompagna  questa apertura.

Un altro modo efficace di ridurre l’aggressività provocata da un’altra persona è intraprendere qualche azione volta a diminuire la rabbia e la frustrazione che ne sono state le cause. Quindi, un modo per ridurre l’aggressività consiste nel costringere la persona che ne è stata causa ad assumersi la sua responsabilità, a chiedere scusa per la sua azione e a promettere che questa non si verificherà di nuovo. Se per esempio non riusciamo ad arrivare in tempo a casa di un’amica per portarla al concerto del suo cantante preferito solo perché ci si è bucata una gomma, possiamo far finta i niente e cercare di minimizzare l’importanza del concerto, oppure presentarci con una faccia dispiaciuta, raccontare tutto quello che è successo e promettere di trovare un modo per scusarci. La nostra amica sarà più incline ad aggredirci  nel primo caso piuttosto che nel secondo.

Nella maggior parte della società sono proprio le persone cui mancano le adeguati capacità sociali a essere più inclini alle soluzioni violente dei problemi interpersonali. Un modo per ridurre la violenza è insegnare alle persone come comunicare la loro rabbia o le loro critiche in maniera costruttiva, come condurre negoziati e arrivare a dei compromessi quando sorgono dei conflitti, come mostrarsi più sensibili ai bisogni e ai desideri altrui, e così via.

Un’altra modalità importante per gestire l’aggressività è lo sviluppo di sentimenti empatici. Diversi studi hanno evidenziato che la maggior parte delle persone trova difficile infliggere volutamente del dolore a un altro essere umano se non trova un modo per disumanizzare questa vittima.  Immaginate che, mentre state percorrendo l’autostrada, un’altra auto vi tagli la strada a distanza di pochi metri. Mentre stringete le mani sul volante, che in questo momento è un sostituto del collo di quel tale, le nocche delle mani vi diventano bianche. Il vostro corpo è pronto a combattere e restate lì tremanti, con la fronte sudata, il cuore che batte e i muscoli del viso contratti in una smorfia. Ebbene, durante questi secondi utilizzando un atteggiamento mentale “compassionevole”, ad esempio pensando che quella persona non vi ha visti o che magari stava trasportando con urgenza qualcuno in ospedale, impedirete alla rabbia di aumentare ulteriormente, consentendogli, invece, di scemare gradualmente.

Alla base di ogni emozione, quindi anche della rabbia, c’è un impulso ad agire. Molto spesso questi impulsi si trasformano in azione, senza che vi sia riflessione. E’ possibile diventare consapevoli dei segnali fisici della rabbia. Infatti, piuttosto che abbandonarsi alla collera, bisognerebbe concentrarsi ad osservare l’emozione che si sta provando: tensione che chiude la gola, voglia di urlare, pugni che si chiudono, muscoli del volto e del corpo in progressiva contrazione. Riconoscere ed osservare tali sintomi ti permetterà di scegliere più facilmente una risposta adeguata, rimandando magari una discussione in attesa che la collera sia scemata in modo da esporre alla persona interessata la vostra posizione senza urlare, sottolineando con calma un’ingiustizia o il motivo del vostro dispiacere. La rabbia ha un inizio, uno sviluppo e una fine. E’ fondamentale osservare quando comincia, che cosa la incrementa e cosa la riduce.

La rabbia genera anche una vera e propria energia, che potete avvertire come tensione fisica, ed è quindi opportuno sfogare tale  tensione, evitando ovviamente di urlare contro le persone o di fracassare oggetti. Per esempio, potete fare una corsa o una camminata veloce, prendere a pugni un cuscino oppure urlare forte, chiaramente in un luogo isolato. Può essere utile utilizzare alcune tecniche specifiche di rilassamento, quali il training autogeno oppure il rilassamento muscolare isometrico e progressivo.

Una rabbia sana genera forza ed energia positiva, favorendo l’emergere di altre emozioni che possono essere ben utilizzate per risolvere conflitti relazionali o situazioni di difficoltà.

Un percorso di consulenza psicologica può aiutarvi ad usare la rabbia nel modo giusto.

 

Le emozioni

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L’emozione può essere definita come una reazione affettiva ad uno stimolo esterno che insorge repentinamente ed ha breve durata. La risposta produce una modificazione a livello fisiologico, viscerale, espressivo e psicologico, nonché una serie di propensioni ad agire. Alcuni studiosi (Goleman, Ekman)  individuano alcune “emozioni primarie”, dalle quale derivano manifestazioni più esterne, gli “umori” o “stati d’animo”, che sono più durevoli e meno intense delle emozioni. Ci sono poi i “temperamenti”, ovvero la propensione ad evocare una data emozione o umore che rende le persone malinconiche, timide o allegre. Le mozioni, del resto, ci ricordano un fatto: esse si vedono “da fuori” meglio di quanto si “da dentro”; per esempio, l’ostilità può essere inconsapevole, e se ci siamo alzati di cattivo umore capita spesso che gli altri se ne accorgano prima di noi. Il fatto che le emozioni spingano all’azione è ovvio soprattutto se si osservano gli animali o i bambini; è solo negli adulti “civili” che troviamo tanto spesso quella che nel regno animale si può considerare una grande anomalia, ossia la separazione delle emozioni – che in origine sono impulsi ad agire- dall’ovvio reazione corrispondente. Nel nostro repertorio, ogni emozione ha un ruolo unico, rivelato dalle sue caratteristiche biologiche distintive. Nei “disturbi emotivi” vi è una alterazione costante dell’emozione che non riesce più ad essere adeguatamente gestita dalla persona (depressione grave, disturbi d’ansia, ecc.)

Vediamo quali sono,  le c.d. emozioni primarie e le relative derivazioni:

la collera: furia, sdegno, risentimento, ira, indignazione, irritazione, animosità, fastidio, irritabilità, ostilità, odio e violenza patologici;

la tristezza: pena, dolore, cupezza, malinconia, autocommiserazione, solitudine, disperazione, depressione patologica.

la paura: ansia, timore, nervosismo, preoccupazione, apprensione, tensione, spavento, terrore, fobia e panico.

la gioia: felicità, sollievo, contentezza, beatitudine, divertimento, esaltazione. soddisfazione, euforia, entusiasmo maniacale.

l’amore: accettazione, benevolenza, fiducia, gentilezza, infatuazione, devozione, adorazione, dipendenza affettiva patologica.

il disgusto: disprezzo, sdegno, avversione, ripugnanza.

la sorpresa: meraviglia, shock, stupore.

la vergogna: senso di colpa, imbarazzo, rammarico, rimorso, umiliazione, rimpianto, mortificazione.

Il dibattito sulle emozioni è ancora oggi aperto, soprattutto per cercare di classificare meglio le innumerevoli varianti che scaturiscono da ciascuna emozione primaria.

 

L’ansia

ansia-sintomi

L’ansia è una reazione utile in alcune circostanze, soprattutto quando si deve rispondere rapidamente a un pericolo. E’ una forma di paura.

Considera il seguente esempio. Stai attraversando una strada larga e trafficata sulle strisce pedonali. Improvvisamente, ti accorgi che un camion che non rallenta si sta dirigendo verso di te. Per salvarti cominci a correre verso il marciapiede, che è alcuni metri più in là. Quando il tuo cervello si accorge del pericolo, avvengono nel tuo corpo automaticamente numerosi cambiamenti.Le modificazioni fisiologiche producono, oltre che un’emozione di apprensione e spavento, le seguenti manifestazioni o sintomi fisici dell’ansia:

Tremori– Irrequietezza, agitazione– Tensione muscolare– Sudorazione abbondante– Fiato corto– Batticuore o accelerazione dei battiti– Mani fredde e sudate– Accelerazione del respiro– Bocca secca– Vampate di calore o brividi di freddo– Nausea– Sensazione di “nodo allo stomaco”.

Queste reazioni, conosciute come risposta di attacco o fuga, fanno sì che tu sia in grado di correre molto velocemente sul lato della strada per non essere investito dal camion!

La risposta di attacco o fuga era utile quando, in passato, dovevamo combattere contro gravi e imminenti pericoli fisici come quelli rappresentati dagli animali predatori. Non dobbiamo meravigliarci, pertanto, se quando siamo minacciati ci manca il respiro, il cuore batte forte, abbiamo la nausea, ci tremano le braccia e le gambe, abbiamo il desiderio di correre o di muoverci: si tratta di reazioni utili se dovessimo scappare o combattere un grave pericolo fisico.Certo la risposta di attacco o fuga è di poca utilità nelle situazioni stressanti del giorno d’oggi: non serve a molto correre quando il vigile ci ferma o lottare fisicamente quando si discute con il capoufficio.

Vi è una manifestazione della risposta di attacco o fuga che può essere spesso utile anche oggi: è l’aumento dello stato di vigilanza mentale, che ci può aiutare a fare meglio in attività impegnative. Non si dà il meglio di sé se si è completamente rilassati quando si affronta un esame, si gioca una partita o si discute un problema importante con i colleghi.

Quando, però, si diventa troppo ansiosi, la capacità di risolvere i problemi, ad esempio di educare i bambini o di affrontare le scadenze di lavoro, diminuisce, perché l’ansia riduce la capacità di pensare chiaramente e di agire in modo ragionevole e può rendere incapaci di fare anche le cose che si sanno far bene. Idealmente, per raggiungere il massimo dell’efficienza, si dovrebbe essere calmi in situazioni normali e un po’ ansiosi, tesi e vigili, ma non troppo, in situazioni difficili. Si noti che chi soffre di un disturbo d’ansia spesso si spaventa anche di un grado moderato di ansia, che potrebbe essere utile, perché teme che possa crescere fino a diventare incontrollabile.

In chi non riesce ad interrompere il ciclo dell’ansia, l’ansia può diventare cronica e causare i seguenti disturbi:

  • Sentirsi inquieti, tesi, con i nervi a fior di pelle
  • Stancarsi facilmente
  • Avere difficoltà a concentrarsi o avere l’impressione di mente vuota
  • Essere irritabili
  • Avere i muscoli tesi
  • Fare fatica a rilassarsi
  • Avere difficoltà ad addormentarsi o risvegliarsi frequentemente
  • Avere l’impressione di non farcela più o di non riuscire a far fronte alla situazione
  • Sentirsi demoralizzati e anche depressi

Se hai questi problemi, vuol dire che l’ansia ha cominciato a compromette la tua vita quotidiana. Poiché l’ansia è una risposta innata, non la si può eliminare completamente né, d’altra parte, conviene eliminarla, perché è talvolta utile. Si deve invece imparare a controllarla e a gestirla e per fortuna ci si può riuscire! Il tuo psicologo di fiducia può aiutarti a riaddestrare il circuito emozionale.

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La paura

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Ciascuna emozione prepara il corpo a un tipo di risposta: quando abbiamo paura, il sangue affluisce verso i muscoli scheletrici in modo da facilitare la fuga e al contempo, il corpo si immobilizza, come pietrificato, anche solo per pochi secondi, forse per valutare se non convenga nascondersi. Immaginate che state attraversando la strada e ad un certo punto sopraggiunge a velocità sostenuta una macchina: la vostra reazione istintiva sarà probabilmente quella di correre il più velocemente possibile per evitare di essere investiti.  La paura è quindi una emozione primaria, cioè indispensabile alla sopravvivenza. Tuttavia, alcune volte, la paura quando non viene adeguatamente gestita, può generare dei grossi problemi di adattamento e in casi estremi può dare la morte alla persona che ne è vittima. Le fobie, che generano da paure di cui molto spesso si è perduto il ricordo cosciente, possono bloccare il normale andamento della vita di una persona costringendola a limitazioni della propria libertà e a cerimoniali inutili dal punto di vista pratico, ma vissuti come rassicuranti ed essenziali al benessere fisico e psichico da colui che li adotta.

Sono molte le persone che vengono a dei compromessi con le proprie paure inconfessate e che quotidianamente autolimitano il proprio raggio d’azione nel tentativo di sfuggire a situazioni altrimenti conflittuali. Tale prassi porta con sé un notevole dispendio di tempo e di energia e la chiusura – frustrante per l’individuo – a settori rilevanti della vita sociale.

Una conoscenza approfondita delle dinamiche della paura non serve certo a ridurre le situazioni dannose, tuttavia fornisce dei mezzi per poter controllare meglio i propri stati emotivi.

E’ possibile considerare la storia dell’uomo, allo stesso modo dell’esistenza di ognuno di noi, come una continua lotta contro eventi naturali, sociali, economici eccetera la cui presenza o minaccia genera paura. E gran parte delle energie umane sono certamente impegnate nel fronteggiare quest’emozione e il suo potere dirompente. Oltre alle paure ‘realistiche’ vi sono infatti, come vedremo, anche paure e ansie ingigantite che proliferano nelle pieghe della soggettività individuale alterando la percezione della realtà e frenando l’azione. Esse sono il complesso risultato delle interazioni tra esperienze e organismo e tra il ricordo di comportamenti inefficaci e situazioni contingenti. Le ansie personali producono schemi interpretativi complessi e distorti entro cui gli accadimenti vengono inseriti e interpretati. Se, in uno sforzo coraggioso di chiarificazione, tali schemi non vengono modificati, il loro intrico si fa troppo fitto, il coraggio si spegne, il conformismo o la nevrosi avanzano.

Eppure non tutte le paure sono disorganizzanti e dannose, anzi la Natura ci ha forniti della possibilità di interpretare una serie di stimoli come dei segnali di pericolo e di reagire ad essi prontamente riuscendo così a orientare correttamente l’azione e a sottrarci al pericolo che ci minaccia.

Questo è quanto accade quando la paura è ‘adeguata’ al pericolo e si muove entro limiti funzionali ma non tutti i tipi di paura sono adeguati agli stimoli che li producono e non tutte le persone hanno le stesse reazioni. A volte poi la paura insorge in situazioni in cui non soltanto non è utile o giustificata, ma è decisamente dannosa e ingiustificata. L’emozione perde così la sua originaria funzione biologica e diventa d’ostacolo all’adattamento: lo stato di allarme che crea è eccessivo e troppo prolungato nel tempo.

La sete di vendetta

Il bisogno di vendetta è uno stato emozionale complesso che comprende a livello psicologico profondo una modifica del mondo del Sé e degli oggetti che produce  delle alterazioni nel comportamento, nel pensiero, nei valori e nella gradualità dei sentimenti.

Le manifestazioni esteriori della vendetta hanno caratteristiche più o meno invariabili. La persona  si presenta in uno stato di marcato malumore, insensibile, inesorabile e crudele. Egli in queste condizioni tende ad evitare tutti gli stimoli esterni che sembrano contraddire il suo stato emotivo. Inoltre, una serie di immagini e di fantasie sulle sofferenze subite alimentano il suo spirito vendicativo.

Nella genesi della vendetta possiamo intrecciare l’amore e l’odio. L’odio deriva dalla rabbia che rappresenta l’affetto primario intorno al quale la pulsione dell’aggressività alimenta il desiderio di vendetta. In alcuni casi l’odio può essere per motivazioni inconsce. La distruzione vendicativa attraverso la distruzione dell’oggetto considerato cattivo ha come scopo quello di poter ripristinare magicamente l’oggetto completamente buono, invece questo processo porta alla distruzione della capacità del Sé di porsi in relazione con l’oggetto. Così l’oggetto completamente cattivo continua a distruggere o inghiottire l’oggetto ideale completamente buono.

Il soggetto vendicativo sembra spesso caratterizzarsi per una sorta di sopravvalutazione di sé, ma la natura primitiva dell’affetto in questione lo rende incapace di qualsiasi adattamento piacevole, determinando un progressivo ritiro verso una sempre più profonda condizione di solitudine.

 

La tristezza

La tristezza è lo stato d’animo per liberarsi del quale è generalmente richiesto uno sforzo maggiore. Non è tuttavia opportuno sfuggire a qualsiasi tipo di tristezza; anch’essa, come ogni stato d’animo, ha i suoi aspetti positivi: mette un freno al nostro interesse per le distrazioni e i piaceri, fissa l’attenzione su ciò che abbiamo perduto, e – almeno per il momento – ci sottrae l’energia per intraprendere nuove imprese. In breve, essa instaura una sorta di ritiro riflessivo dalla occupazioni frenetiche della vita, lasciandoci in uno stato di sospensione che ci consente di elaborare il lutto per la perdita, di meditare sul suo significato, di adeguarci psicologicamente a essa e, infine, di fare nuovi progetti che ci consentiranno di sopravvivere.

Il senso di privazione è utile; la depressione completa no. La tristezza è uno stato d’animo di gran lunga più comune e che, in corrispondenza del limite superiore, sconfina in quella che viene definita “depressione subclinica”, ovvero la comune malinconia. Si tratta di un tipo di sconforto che l’individuo riesce a gestire da sé, purchè abbia le risorse interiori per farlo. Purtroppo, alcune delle strategie alle quali si ricorre più spesso per vincere questo stato d’animo possono fallire, lasciando l’individuo in condizioni peggiori di prima. Una di queste strategie consiste semplicemente nel starsene da soli – una scelta spesso invitante per chi si sente giù di morale; altrettanto spesso però essa non fa altro che aggiungere alla tristezza un senso di solitudine e di isolamento. Questo può in parte spiegare come mai alcune ricerche hanno evidenziato che la tattica più diffusa per combattere la depressione è la socializzazione: andar fuori a mangiare, a vedere una partita o al cinema, insomma, fare qualcosa con gli amici o i familiari. Questa strategia funziona bene quando il suo effetto netto è quello di liberare la mente dell’individuo dalla sua tristezza. Ma se egli si serve dell’occasione di socializzare solo per rimuginare ulteriormente su ciò che ha provocato lo scoramento, questa strategia non farà che prolungare il suo stato. In effetti, il grado in cui l’individuo continua a rimuginare sulla propria depressione è uno dei principali fattori che determinano se il suo stato persisterà o andrà via dissipandosi. Il continuo preoccuparsi su ciò che ci deprime, non fa che rendere la depressione ancora più intensa e prolungata.

In questi casi può essere utile rivolgersi ad uno psicologo: la riflessione profonda sulle cause delle propria depressione può essere utilissima, portando ad un buon livello di comprensione di se stessi e ad azioni che modificano le cause della depressione.