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La fine di una relazione coniugale

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Oggi anche se il matrimonio rimane la forma di vita prediletta da molte persone, un modello quasi ideale di esistenza, quando accade che l’amore finisce, si opta sempre più spesso per la separazione legale e poi per il divorzio. E’ proprio perché il matrimonio costituisce un ideale troppo elevato che le coppie scelgono la separazione: non hanno saputo rispondere alle aspettative di vita matrimoniale, auspicano ben altro e di più dal matrimonio e quindi, quando l’amore è  venuto meno ed ha lasciato spazio al litigio, optano per la separazione in vista della possibilità di una vita migliore senza il coniuge, e forse, di un nuovo legame affettivo.

In base ad una prima concezione (risalente agli anni ’60) il divorzio era considerato come “evento patologico” e la sua diffusione era interpretata come un indicatore dell’aumento della disorganizzazione sociale. Questa concezione è stata poi sottoposta a revisione critica nel decennio successivo. La concezione precedente è stata infatti prima sostituita dal modello “divorzio-sanzione”, in base al quale la concessione del divorzio era subordina all’accertamento di una colpa commessa da uno dei due coniugi, e poi dal modello “divorzio-fallimento e rimedio”, secondo il quale il matrimonio poteva essere sciolto anche quando la convivenza fosse diventata intollerabile e fosse venuta meno ogni comunione di vita familiare. Dalla fine degli anni ’70 si è inoltre affermata un’ulteriore concezione che costituisce un arricchimento della precedente: il divorzio concepito come una fase o uno stadio del ciclo di vita di un numero sempre più rilevante di persone, una transizione, un passaggio da un assetto familiare ad un altro. La tendenza attuale è quindi quella di far rientrare separazione e divorzio nella “normalità” della  evoluzione della vita familiare e ciò sulla base della frequenza con cui essi si presentano. Ultimamente sembra che si stia attuando un nuovo passaggio dal “divorzio-rimedio” al “divorzio-conquista”: secondo questa prospettiva, la felicità di sciogliere il matrimonio “se qualcosa non va” sarebbe un nuovo valore conquistato dalle nuove generazioni.

L’elaborazione psicologica del lutto dovuto alla separazione o al divorzio richiede un notevole sforzo di adattamento mentale, ma non prescinde comunque da aspetti concreti quali la disponibilità di una casa o la ricerca di una nuova abitazione da parte dei mariti e il problema economico che affligge le mogli. Va rilevato che un quadro di conflittualità più marcata caratterizza le separazioni di coniugi con figli: risulta infatti particolarmente difficile separare l’ambito genitoriale da quello coniugale perché i soggetti si confrontano continuamente con l’ex-coniuge nell’esercitare i propri diritti e doveri di genitore (affidatario o non).

In alcuni casi, un percorso di supporto psicologico potrebbe rivelarsi utile non solo per aiutare la persona ad affrontare la sofferenza dovuta alla separazione coniugale, ma anche per gestire  adeguatamente il nuovo assetto familiare e genitoriale, specie nei casi in cui vi è fra gli ex coniugi una elevata conflittualità che potrebbe incidere negativamente sull’equilibrio psico-evolutivo della prole.