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La dipendenza affettiva

dipendenza affettiva

Cos’è la dipendenza affettiva?

Può essere definita come una “condizione disadattiva caratterizzata da una necessità e da un desiderio imperiosi dell’altro che si traducono in pattern relazionali problematici, caratterizzati dalla persistente e assidua ricerca di vicinanza, nonostante la consapevolezza delle conseguenze negative di tale comportamento.”

La dipendenza affettiva affonda le sue radici durante l‟infanzia, nel rapporto con i genitori; coloro che da bambini sono stati dipendenti hanno ricevuto il messaggio di non essere degni d‟amore o che i loro bisogni non siano importanti.

La dipendenza affettiva ha una dinamica diadica, cioè che coinvolge due persone: alcune volte il partner del “dipendente affettivo‟ è un soggetto problematico, che maschera la propria dipendenza affettiva con una dipendenza da droga, alcool o gioco d‟azzardo; altre volte la persona amata è rifiutante, sfuggente o irraggiungibile.

In entrambi i casi ciò che seduce è la lotta: la dipendenza si alimenta dal desiderio di essere amati da chi non ricambia e lo stesso desiderio cresce in modo proporzionale al rifiuto.

Il dipendente vede l‟amore come strumento di risoluzione dei propri problemi. Il partner assume il ruolo di salvatore, diventa lo scopo della propria esistenza e la sua assenza, anche se temporanea, provoca nella persona dipendente la sensazione di non esistere.

Tra le caratteristiche della storia personale e familiare condivise da chi è coinvolto in un problema di dipendenza affettiva ci sono: la provenienza da una famiglia in cui sono stati trascurati, soprattutto in età evolutiva, i bisogni emotivi della persona; una storia familiare caratterizzata da carenza di affetto autentico; la tendenza a ri-attribuirsi nella propria vita di coppia di un ruolo simile a quello vissuto con i genitori e l‟assenza nell‟infanzia della possibilità di sperimentare una sensazione di sicurezza che successivamente genera, nel contesto della co-dipendenza, il bisogno di controllare in modo ossessivo la relazione ed il partner.

La dipendenza affettiva e la tossicodipendenza hanno molte analogie; in entrambe si sperimentano:

  • Intensa euforia quando vedono il partner, simile all’euforia che caratterizza l’uso di una droga
  • Craving (che è un desiderio spasmodico e irrefrenabile) per il partner o per la droga
  • Tendenza a ricercare sempre più la vicinanza con il partner (fenomeno simile alla “tolleranza”, un meccanismo che spinge i tossicodipendenti ad aumentare progressivamente la quantità di droga assunta abitualmente per ottenere l’effetto desiderato)
  • Quando una relazione finisce le persone dipendenti hanno dei sintomi d’astinenza che sono simili a quelli che si riscontrano nella sindrome d’astinenza dei tossicodipendenti (depressioneansia, insonnia o ipersonnia, irritabilità, perdita dell’appetito o abbuffate) che, esattamente come avviene nella tossicodipendenza,portano alla ricaduta; ad es. nella Dipendenza Affettiva avere una ricaduta vuol dire cercare nuovamente il partner nonostante sia stato infedele, violento, ecc.

Quali sono le caratteristiche generali della personalità con dipendenza affettiva?

 Bassa autostima

 Costante necessità di approvazione da parte degli altri e paura del rifiuto

 Bisogno costante di stare con il partner

 Intolleranza alla solitudine

 Difficoltà a dire “No”, anteponendo continuamente desideri e bisogni di altri ai propri

Esiste una differenza nella dinamica di dipendenza affettiva fra uomini e donne?

Negli uomini è più comune la tendenza ad allontanare dalla mente il dolore per carenze subite attraverso l‟identificazione con l‟attore di queste mancanze, un funzionamento che comporta l‟assunzione del ruolo precedentemente subito o il manifestarsi del bisogno di essere dipendenti nel comportamento di abuso di sostanze. Nelle donne, invece, si tende a rivivere ciò che si è subito riproducendo le carenze o le violenze, nel tentativo illusorio di controllarle e di riscattarsi dal passato.

Gli uomini dipendenti danno l‟impressione di essere sicuri di sé e che non sono troppo interessati alla relazione. Odiano il conflitto cercando il compromesso. Il manipolatore sceglierà una compagna insicura e vulnerabile, fragile e sottomessa che dona se stessa e si annulla totalmente per l‟altro, a tal punto da creare in poco tempo un rapporto di dipendenza.

La relazione si nutre attraverso la paura della separazione e della solitudine della donna, della sua fragilità emotiva e del bisogno di esistere solamente in funzione dell‟altro.

È nell‟infanzia di queste donne che si ricercano le profonde ferite che oggi portano loro a invischiarsi in queste relazioni sbagliate. Spesso esistono storie di maltrattamenti psicologici e fisici che hanno subito da piccole e che hanno prodotto in loro l‟idea di essere sbagliate e non meritevoli di amore tanto da portare, in età più matura, a rapporti di sottomissione e passività.

Inoltre è la speranza e l‟illusione di un cambiamento impossibile che fa sì che il rapporto perduri e si cronicizzino tali schemi, condizionando quindi la propria capacità di amare.

Puoi trovare altri approfondimenti sul tema nella seguente video intervista: https://www.youtube.com/watch?v=GenlyxBP5Is

Il lutto

lutto

Cos’è il lutto?

Il lutto può essere definito come un sentimento di intenso dolore causato dalla perdita di una persona cara.

Questo sentimento può scaturire a seguito della morte di qualcuno ma anche dopo la fine di una relazione amorosa, a diversi gradi di intensità.

 

Come si elabora il lutto?

Non esiste un modo “giusto o sbagliato” di affrontare il lutto: ognuno lo vive in modo del tutto personale. Tuttavia, l’esperienza clinica ci suggerisce che le persone in grado di affrontare la perdita e l’abbandono in modo efficace, sono quelle che passano attraverso le c.d. “cinque fasi del lutto” (Kubler- Ross, 1975):

I. Negazione

In questa prima fase, che generalmente si manifesta subito dopo la scomparsa della persona cara, chi ha subito la perdita si rifiuta di accettarla: può, ad esempio, parlare al presente come se la persona scomparsa potesse tornare da un momento all’altro; può comportarsi come se nulla fosse successo, ad esempio, apparecchiando la tavola o cucinando per la persona scomparsa. Si tratta di  sentimenti di shock e stordimento comunemente riscontrati in chi subisce un lutto: la realtà è talmente intollerabile da essere negata.

II. Patteggiamento

E’ la fase in cui l’abbandono non viene più negato: la persona  comincia a sperare nel ritorno della persona scomparsa poiché il dolore è talmente forte da non riuscire ad accettarne la perdita definitiva.

III. Rabbia

E’ la fase in cui la rabbia prende il sopravvento: ogni tentativo di riavere indietro il proprio caro fallisce. La rabbia può essere diretta contro la persona scomparsa, colpevole di averci abbandonato, oppure verso noi stessi per non essere riusciti ad impedirne la scomparsa. La rabbia, in questa fase, ha la funzione di coprire il sentimento di profonda tristezza associato alla perdita che ancora non si è in grado di accettare.

IV. Depressione

E’ la fase in cui prevale una profonda tristezza per l’abbandono e l’inevitabilità della perdita. Sono comunemente riscontrati sentimenti di solitudine, sconforto e di apatia.

V. Accettazione

E’ la fase in cui si comincia pian piano a riorganizzare la propria vita: la perdita viene gradualmente accettata ma al contempo ci si concede di gioire ancora della vita; i ricordi del caro scomparso continuano a vivere nel cuore di chi lo ha amato.

 

Un lutto adeguatamente elaborato comporta che vengano attraversate tutte le fasi. E’ inoltre comunemente riscontrata l’oscillazione fra una fase e l’altra. Quando si instaura la cronicizzazione di una o più  fasi, si parla di  “lutto patologico”, ovvero dell’incapacità di accettare la perdita di un proprio caro.

Lo stalking

Il Fenomeno dello stalking, purtroppo, è in costante aumento e ce lo dimostrano i fatti quotidiani di cronaca. Per questo ritengo fondamentale la diffusione di tutte quelle informazioni che possano aiutare le persone a rendersi consapevoli di essere vittime di atti persecutori. La consapevolezza, infatti, è il primo passo.

Buona visione.

Si ringrazia la redazione del blog www.rapportodicoppia.it per la collaborazione.

Consigli per una sana ed equilibrata relazione di coppia

coppia sana e felice

Le distanze s’accorciano con le attenzioni. Si allungano con l’indifferenza. Si perdono con la disattenzione.”

La maggior parte delle coppie, superata la fase iniziale di innamoramento, attraversano una o più crisi. L’errore che più comunemente viene fatto è quello di sottovalutare i problemi, con la speranza che il tempo possa magicamente risolvere il tutto. Molte volte, però, proprio l’assenza di consapevolezza della crisi fa si che le distanze, sia affettive che fisiche, aumentano diventano così grandi da provocare la rottura definitiva del rapporto.

Quali sono i comportamenti che rendono un rapporto sano e felice?

E’ fondamentale dialogare. Il confronto fra i partner consente a ciascuno di poter esprimere liberamente i propri vissuti; l’importante è ascoltare il partner, rendendosi disponibili ad accogliere le eventuali richieste, senza avanzare accuse o recriminazioni. Anche durante una discussione, l’obiettivo deve sempre essere quello di imparare dal confronto stesso, per trovare una soluzione quanto più condivisa da entrambi. Rimanere rigidamente arroccati sulle proprie posizioni contribuirà al perdurare del problema oggetto di discussione.

Questo vale anche per il sesso: non bisogna avere paura o imbarazzo nel confrontarsi sulla sessualità e sulle fantasie reciproche. E’ fondamentale poi  ritagliarsi spazi di intimità per rinforzare l’attrazione e il desiderio reciproco.

Dimostrare i propri sentimenti d’amore e d’affetto al proprio partner è importante.  La manifestazione della propria emotività non è un segno di debolezza ma, al contrario, un indice di forza e sicurezza di sé.

Accettare l’altro per quello che è. Può sembrare un concetto banale ma è fondamentale individuare ed accettare le caratteristiche strutturali ed individuali di una persona poiché difficilmente potranno essere cambiate. E’ tuttavia possibile “smussare” alcuni atteggiamenti individuali ma non è certamente possibile cambiare il modo di essere di qualcuno. Risulta, invece, importante saper andare incontro all’altro, soprattutto quando si tratta di piccole cose.

Non pretendere che il proprio partner possa risolvere i nostri problemi professionali o le nostre problematiche esistenziali. Il supporto dell’altro nei momenti di difficoltà individuale è importante ma il partner non deve essere utilizzato come uno strumento per sfogare la propria frustrazione o la propria rabbia.

Affrontare insieme i cambiamenti della vita. Molto spesso, infatti, la coppia si divide a causa del mancato confronto sulle novità importanti. E’ opportuno parlarne per trovare insieme una soluzione.

La condivisione di hobby e passioni è utile per favorire l’intimità e la complicità nella coppia. Ad esempio  potreste cucinare insieme prima di condividere una romantica cena a lume di candela.

Anche ritagliarsi del tempo libero è  fondamentale. L’importante è non generare nell’altro sensi di colpa. Dedicare del tempo a sé stessi, infatti, rafforza la propria autonomia e la propria autostima.

Mantenere un rapporto equilibrato con le rispettive famiglie d’origine. La causa di molti litigi, infatti, avviene  a causa di dissapori con i familiari dei partner.

In alcuni casi è auspicabile che la coppia si rivolga ad un professionista per superare il momento di difficoltà.

La relazione sentimentale con una persona narcisista

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Il narcisista. Il mio preferito! Ci ho messo una vita a capire che fosse un disturbo di personalità. Per molto tempo ho creduto che parlare sempre e solo di sé fosse una grande qualità e ammiravo l’abilità di far ruotare la conversazione unicamente sulle proprie doti e quando mi capitava di uscire con uno così, passavo la serata ipnotizzata dai suoi monologhi autoreferenziali”

Così una paziente descrive l’inizio di una relazione con un uomo narcisista.

Chi è il narcisista?

La persona con tratti narcisistici ha spesso molti ammiratori poiché possiede un’apparente grande sicurezza e fiducia in se stessa che la rendono attraente e affascinante. E’ spesso una persona manipolatrice, ipocrita, arrogante, autocentrata e bisognosa di una “pubblico” che l’ammiri per raggiungere la massima soddisfazione. Non è capace di amare, non per cattiveria, ma perché “non vede” l’altro: ogni gesto, parola, situazione deve essere tale da metterla al centro dell’attenzione con l’obiettivo di catalizzare l’interesse di tutti.  Presuntuosa e poco tollerante alle critiche altrui, può rispondere con comportamenti aggressivi e violenti.

Come si caratterizza la relazione amorosa con un narcisista?

Al di là dello splendido impeto iniziale, è raro che chi sta a fianco di un narcisista si senta amato, compreso, supportato: un partner narcisista userà la persona con cui è in relazione per dar forza a se stesso.  Attraverso la manipolazione affettiva, cattura la sua preda coprendola inizialmente di attenzioni e di lusinghe. Tuttavia, tale atteggiamento ha solo lo scopo di polarizzare l’attenzione su di se e sul proprio bisogno di essere ammirato e desiderato. Così, se all’inizio il narcisista veste le sembianze del “principe azzurro”, ben presto rivela la sua vera natura di persona egoista e manipolatrice.  La dura realtà è che tutto ciò che fa ha solo delle mire egoistiche, ossia serve a costruire l’immagine di sé che lui vuole vedere nello specchio.

Difficilmente sarà in grado di confrontarsi: durante una discussione ogni tentativo di illustrare il proprio punto di vista e/o i propri bisogni o desideri sarà vano. Anzi, ogni tentativo in tal senso condurrà il narcisista  a riprendersi tutto ciò che aveva finto di provare durante la fase di corteggiamento colpevolizzando,  denigrando e rendendo il partner sempre più insicuro che, nel frattempo, perderà ogni dignità nel vano tentativo di “riavere” la persona conosciuta inizialmente e di cui si è innamorata.

La persona narcisista ha bisogno di avere sempre il controllo della situazione e non si lascia mai coinvolgere sentimentalmente per non cadere vittima del potere dell’ altro. L’intimità prolungata con il partner risveglia le sue paure primordiali di essere rifiutata, imprigionata, costretta a rinunciare alla propria libertà, ansie da cui il narciso si difende, fuggendo dalla relazione. Il suo continuo bisogno di essere desiderato lo condurrà a cercare le attenzioni, reali o virtuali, di altri partner.

Il narcisista non ama vedere soffrire: il  dolore dell’altro gli ricorda troppo la sua sofferenza interiore che in tutti i modi cerca di reprimere. Perciò non contate sul di lui durante un periodo di malattia o durante un momento di crisi esistenziale.

Per questi motivi è importante conoscere ed essere consapevoli delle modalità tipiche della personalità narcisista ed essere pronti alle possibili/probabili conseguenze di questa relazione.

Affidamento condiviso e valutazione delle capacità genitoriali

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La recente legge sull’affidamento condiviso (8 febbraio 2006 n. 54) sottolinea in primis il concetto di bigenitorialità allargata, intesa come necessità di ampliare la prospettiva di frequentazione e rapporto da parte del minore con entrambi i gruppi familiari (art. 155 c.c., 1° comma: “Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare i rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”). Ciò presuppone una sempre maggiore necessità di approfondire le definizioni relative al concetto ancora generico di “capacità genitoriali”.

La Consulenza Tecnica d’Ufficio viene generalmente richiesta:

  • dal giudice quando la coppia genitoriale, e non più coniugale, non è in grado di accordarsi relativamente alla gestione dei figli che diventano oggetti di contesa nei conflitti genitoriali;
  • dal magistrato quando dal colloquio con i coniugi si rende conto della presenza in uno o in entrambi di anomalie nell’organizzazione mentale più o meno gravi che incidono o potrebbero incidere sullo sviluppo psico-evolutivo del minore;
  • su richiesta di uno dei genitori, che adduca un disturbo mentale dell’altro sia come causa del fallimento del rapporto coniugale, sia come motivo per avere l’affidamento della prole (prendendo spunto dall’art. 155 bis della stessa legge, in cui si afferma la necessità dell’affidamento esclusivo allorchè “Il giudice può disporre l’affidamento dei figli ad uno solo dei genitori qualora ritenga con provvedimento motivato che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore”).

L’obiettivo della Consulenza sarà dunque quello di valutare la presenza e la gravità del disturbo (nevrosi, psicosi, disturbi di personalità, ecc.) e le capacità genitoriali; inoltre il consulente offre al giudice tutte quelle ulteriori notizie ed informazioni utili al fine di costruire la personalità dei genitori e l’ambiente familiare, precisandone, eventualmente, in quale misura il disturbo mentale riscontrato influisce sulle capacità educative, suggerendo le soluzioni più adeguate ai fini dell’affidamento della prole. In base al quadro psicologico delineato dal consulente, il giudice può adottare vari provvedimenti di affidamento della prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa.

In presenza di un disturbo mentale grave, ad esempio, che limiti o escluda fortemente la capacità educativa di uno dei genitori, l’affidamento del minore all’altro si impone come scelta obbligata. Nel caso sia presente un disturbo lieve, che non incida sulla capacità genitoriale di crescere ed educare il figlio, lo stesso non rappresenta una controindicazione all’affidamento. Anche a fronte di una conflittualità al momento non diminuita, interviene la necessità di valutare le capacità genitoriali, per poter stabilire, al di la della psicopatologia conclamata, quando è possibile che un genitore non agisca direttamente a favore del figlio, ma al contrario possa procuragli difficoltà e, infine, disturbi di natura psicopatologica.

Naturalmente, nei casi in cui le capacità genitoriali di uno dei due genitori fossero diminuite o compromesse, creando danneggiamenti sulla prole, è ancora previsto l’affidamento esclusivo (art. 155-bis).

Nei maggiori e più importanti tribunali italiani i giudici tendono a dare l’esclusivo solo in casi gravi, ovvero quando vi sono malattie psichiche o tossicodipendenze, o comunque quando emergono situazioni di grave pericolo per il minore, oppure in alcuni casi in cui i genitori abitano in città molto lontane fra loro.

Il danno esistenziale da bullismo

bullismo

Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni. Un’azione viene definita offesnsiva quando una persona infligge intenzionalmente o arreca un danno o un disagio a un’altra.”  (Olweus, 1996).

Il bullismo quindi non è riferibile ai normali conflitti o rivalità tra ragazzi, tipici dell’età adolescenziale, ma piuttosto a vere e proprie prepotenze preordinate, oppressioni che con aggressività sistemica, con continue violenze fisiche, verbali e psicologiche, vengono costantemente imposte su soggetti più deboli ed incapaci di difendersi riducendoli spesso ad una condizione  di soggezione, disagio psichico, isolamento ed emarginazione nei confronti di tutto il gruppo classe e, in casi più gravi, di tutta la scuola. E’ possibile individuare alcune caratteristiche che differenziano il bullismo dai comportamenti prevaricatori che possono normalmente avvenire tra coetanei:

  • L’intenzione volontaria e cosciente di arrecare danno all’altro, mediante azioni offensive attuate sia mediante il contatto fisico, sia a parole;
  • Evidente soddisfazione nel perseguitare la vittima prescelta, specie quando quest’ ultima accusa evidente sofferenza psicologica e  sentimenti di angoscia;
  • Riduzione della stima di sé e maggiore propensione alle vessazioni nella vittima a causa delle continue e ripetute umiliazioni subite, che la conducono a non rivelare agli insegnanti e genitori gli episodi che la vedono coinvolta, proprio perché teme ritorsioni e vendette.

Non si dovrebbe quindi  parlare di bullismo quando i ragazzi che, rimangono coinvolti in un  contrasto, non insistono oltre un certo limite per imporre la propria volontà, quando sono in grado di spiegare il perché del loro conflitto, manifestare le proprie ragione, scusandsi e cercare situazioni accomodanti, di cambiare tematica ed infine di allontanarsi.

Per chi vive delicati momenti evolutivi, il rischio che comportamenti a rischio si strutturino e si sistematizzino in un vero e proprio disagio esistenziale è comunque elevato, soprattutto se l’adolescente si trova già in una situazione psicologica difficile e non incontra risposte adeguate dall’ambiente circostante.

E’ questo sicuramente il caso sia del bullo che della vittima.

Alcuni studi compiuti sulle vittime evidenziano, da un punto di vista psicologico, un maggior numero di episodi depressivi rispetto alla media, un stima di sé più bassa, un’alta percentuale di abbandoni scolastici, difficoltà lavorative ed un maggior numero di suicidi; da un punto di vista fisico invece, si riscontrano un’incapacità a fronteggiare situazioni di aggressività verbale o fisica e la tendenza a somatizzazioni più o meno gravi (mal di testa, mal di stomaco, attacchi di panico, etc).

Volendo considerare il danno esistenziale come “la somma di ripercussioni relazionali di segno negativo” (Cendon, Ziviz, 2000), è indubbio come esso possa ritenersi diagnosticabile non solo nella relazione bullo-vittima, ma anche in chi vive intorno a loro (genitori, alunni, insegnanti).

Disturbi sessuali femminili

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Secondo il DSM-IV-TR (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) le principali categorie diagnostiche relative ai disturbi sessuali femminili sono le seguenti:

 

  1. Disturbi del Desiderio Sessuale:

 

Disturbo del Desiderio Sessuale Ipoattivo. Si tratta di una insufficienza o di un’assenza di desiderio sessuale e fantasie a contenuto sessuale, non attribuibili completamente a cause mediche o all’assunzione di sostanze. Può essere presente da sempre (Tipo Permanente) o comparso in seguito alla presenza di un adeguato desiderio sessuale (Tipo Acquisito). Può essere relativo ad uno specifico partner (Tipo Situazionale) o essere pervasivo (Tipo Generalizzato). Può essere dovuto a fattori puramente psicologici e relazionali (Dovuto a Fattori Psicologici), oppure non completamente ascrivibile ad essi (Dovuto a Fattori Combinati).

Disturbo da Avversione Sessuale. È caratterizzato dall’avversione e dall’evitamento attivo del contatto genitale con un partner sessuale. Può essere presente da sempre (Tipo Permanente) o comparso in seguito alla presenza di un adeguata risposta sessuale (Tipo Acquisito). Può essere relativo ad uno specifico partner (Tipo Situazionale) o essere pervasivo (Tipo Generalizzato). Può essere dovuto a fattori puramente psicologici e relazionali (Dovuto a Fattori Psicologici), oppure non completamente ascrivibile ad essi (Dovuto a Fattori Combinati).

 

  1. Disturbo dell’Eccitazione Sessuale Femminile. Si tratta di una persistente o ricorrente incapacità di raggiungere o di mantenere un’adeguata risposta di eccitazione sessuale, caratterizzata da lubrificazione e tumescenza, fino al completamento dell’attività sessuale.Può essere presente da sempre (Tipo Permanente) o comparso in seguito alla presenza di un adeguata eccitazione sessuale (Tipo Acquisito). Può essere relativo ad uno specifico partner (Tipo Situazionale) o essere pervasivo (Tipo Generalizzato). Può essere dovuto a fattori puramente psicologici e relazionali (Dovuto a Fattori Psicologici), oppure non completamente ascrivibile ad essi (Dovuto a Fattori Combinati).

 

  1. Disturbo dell’Orgasmo Femminile. È caratterizzato dall’assenza persistente o ricorrente, o dal ritardo dell’orgasmo, nonostante sia presente una adeguata stimolazione e una adeguata fase di eccitazione sessuale. Può essere presente da sempre (Tipo Permanente) o comparso in seguito alla presenza di un adeguata capacità orgasmica (Tipo Acquisito). Può essere relativo ad uno specifico partner (Tipo Situazionale) o essere pervasivo (Tipo Generalizzato). Può essere dovuto a fattori puramente psicologici e relazionali (Dovuto a Fattori Psicologici), oppure non completamente ascrivibile ad essi (Dovuto a Fattori Combinati).

 

  1. Disturbi da Dolore Sessuale:

 

Dispareunia. Si tratta di un dolore genitale associato al rapporto sessuale. Sebbene si presenti più comunemente durante il coito, essa può anche insorgere prima o dopo il rapporto sessuale. Il dolore può essere descritto come superficiale durante la penetrazione o come profondo durante le spinte del pene. L’intensità dei sintomi può variare da una lieve sensazione dolorosa ad un dolore intenso. Può essere presente da sempre (Tipo Permanente) o comparso in seguito alla presenza di un adeguata capacità penetrativa senza dolore (Tipo Acquisito). Può essere relativo ad uno specifico partner (Tipo Situazionale) o essere pervasivo (Tipo Generalizzato). Può essere dovuto a fattori puramente psicologici e relazionali (Dovuto a Fattori Psicologici), oppure non completamente ascrivibile ad essi (Dovuto a Fattori Combinati).

Vaginismo. Si tratta di una ricorrente o persistente contrazione involontaria dei muscoli perineali che circondano il terzo esterno della vagina quando si tenta la penetrazione vaginale con pene, dita, tamponi o speculum. Può essere presente da sempre (Tipo Permanente) o comparso in seguito alla presenza di un adeguata capacità penetrativa senza dolore (Tipo Acquisito). Può essere relativo ad uno specifico partner (Tipo Situazionale) o essere pervasivo (Tipo Generalizzato). Può essere dovuto a fattori puramente psicologici e relazionali (Dovuto a Fattori Psicologici), oppure non completamente ascrivibile ad essi (Dovuto a Fattori Combinati).

Parafilie. Le caratteristiche essenziali di una Parafilia sono fantasie, impulsi sessuali, o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente, che in generale riguardano 1) oggetti inanimati, 2) la sofferenza o l’umiliazione ‘‘stessi o del partner, o 3) bambini o altre persone non consenzienti, e che si manifestano per un periodo di almeno 6 mesi. Per alcuni soggetti, fantasie o stimoli parafi lici sono indispensabili per l’eccitazione sessuale e sono sempre inclusi nell’attività sessuale. In altri casi, le preferenze parafiliche si manifestano solo episodicamente (i. e., durante periodi di stress), mentre altre volte la persona riesce a funzionare sessualmente senza fantasie o stimoli parafilici.

 

Per tutte le diagnosi sopraelencate il DSM-IV-TR prevede che i disturbi causino notevole disagio o difficoltà interpersonali.

Il desiderio sessuale femminile

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Per non far smorzare il suo desiderio è fondamentale che la donna coltivi l’autostima, poiché il “piacere è piacersi”. Una donna che ama il suo corpo potrà vivere una sessualità appagante e disinibita, mentre una donna ossessionata dal suo corpo tenderà a vivere una sessualità soffocata e imbrigliata nei canoni estetici impostati dai media. Una buona amante è una donna che ama se stessa, perché l’amore che proviamo per noi stessi è il pilastro delle relazioni con gli altri. Fare l’amore significa avvicinarsi al proprio partner, rivelarsi, farsi conoscere in senso profondo: solo chi si accetta veramente può tollerare un tale sguardo ravvicinato.

Al contrario, tante donne “che non si amano” rimangono incastrate in una sessualità difensiva, in cui magari la performance è perfetta, ma non c’è vero abbandono o reale apertura. La donna che non accetta non apprezza il proprio corpo, ha paura del giudizio del partner, non osa esprimersi, provare nuovi comportamenti. E’ proprio la paura del giudizio, del “chissà cosa penserà di me” che blocca l’eros femminile. Ecco perché molte donne  a letto non si lasciano andare, non praticano o ricevono il sesso orale per esempio, perché temono di apparire troppo disinibite ed essere considerate “facili”. In questo modo frenano la loro sensualità, non permettendo così che la magia dell’orgasmo si avveri.

Ma non è solo “colpa” della donna e delle sue insicurezze se l’eros si smorza. Molto spesso è il partner che con i suoi comportamenti contribuisce a non rendere l’eros un’esperienza coinvolgente e travolgente. Un partner trasandato, un partner poco attento ai preliminari, un partner egoista e costantemente concentrato solo sul suo piacere, un partner distante, sicuramente non può accendere la fiamma della passione.

Pertanto le donne devono imparare a trovare l’amore in loro stesse attraverso un percorso di crescita non affannoso e non solamente razionale; non serve ripetere che ci si deve amare, ma occorre cercare, a poco a poco, nelle situazioni della vita, quel nutrimento emotivo che è mancato e che permette all’eros di espandersi e di esprimersi.

In alcuni casi, le problematiche inerenti la sessualità possono causare notevole disagio o difficoltà interpersonali, sfociando nei c.d. Disturbi Sessuali Femminili.

Il ruolo dell’aspetto fisico sull’attrazione iniziale

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Fin da bambini ci viene fornito dai media il “prototipo” di bellezza, con l’implicito messaggio che la bellezza è associata alla bontà. Bombardati dalle immagini dei media, non dovremmo sorprenderci il fatto che condividiamo una serie di criteri di bellezza.

Perché siamo attratti dalla bellezza?

Alcuni studi hanno dimostrato che entrambi i sessi sono attratti da occhi grandi. Questa è una caratteristica considerata tipica del volto “infantile”, in quanto i cuccioli dei mammiferi hanno occhi molto grandi rispetto la forma del viso. Questi tratti del volto infantile risultano attraenti perché suscitano sentimenti di dolcezza e tenerezza. Un’altra caratteristica che desta attenzione sono gli zigomi pronunciati, elemento che è tipico dell’adulto sessualmente maturo. Notiamo però come il volto femminile considerato “bello” presenti più caratteristiche bambinesche (naso e mento piccolo), il che indica che la bellezza femminile viene maggiormente associata alle qualità infantili.

La bellezza costituisce un potente stereotipo: ipotizziamo, in altre parole, che l’essere belli presupponga tutta una serie di elementi desiderabili. Per esempio, si crede che le persone belle abbiano successo, siano più intelligenti, abbiano una sistemazione migliore nella vita, etc

Questo stereotipo però condiziona i giudizi delle persone su un individuo solamente in aree specifiche. Alcuni  studi hanno evidenziato che la bellezza fisica ha un effetto più evidente nelle attribuzioni degli uomini sulle donne rispetto alla competenza sociale: la bellezza è collegata con la socievolezza, l’estroversione e la popolarità. Lo stereotipo del “ciò che è bello è buono” è meno potente invece quando le persone vengono giudicate intelligenti, con una buona autostima e in carriera. Indubbiamente, il “nocciolo di verità” all’interno dello stereotipo è dovuto al fatto che le persone belle ricevono una grande quantità di attenzione, la quale aiuta a sviluppare una buona competenza sociale.

Se la bellezza fisica ha un effetto potente sull’attrazione iniziale, il fatto che ci piaccia qualcuno influenza anche la nostra valutazione di quanto lei o lui siano fisicamente attraenti. Sebbene esistono delle qualità oggettive di una persona che la rendono più attraenti di altre, è anche vero che più ci piace qualcuno, più troviamo bello il suo aspetto fisico.